Intelligenza artificiale a scuola, Andrea Maggi: “Il rischio è accantonare le nostre facoltà per delegarle alla macchina”

Un premio Nobel, un problema di fisica irrisolto da dieci anni e un computer super intelligente.
È esattamente quello che è successo all’Università La Sapienza, dove Giorgio Parisi e Francesco Zamponi hanno pubblicato uno studio rivoluzionario sulla rivista Journal of Statistical Mechanics, svelando un complicato enigma sugli spazi vuoti tra sfere di varie dimensioni.
Come ci sono riusciti? Lavorando fianco a fianco con Claude, un’intelligenza artificiale. Il software ha macinato calcoli infiniti, trovando alla fine la chiave giusta. Attenzione, però: la macchina non ha fatto tutto da sola. I due scienziati l’hanno istruita per giorni (un lavoro davvero certosino) correggendo la rotta ogni volta che il programma prendeva una scorciatoia sbagliata.
Sulle pagine di Repubblica, Parisi ha chiarito benissimo la dinamica: “Lui ha trovato l’idea giusta. Io però l’avevo instradato”.
Questa esperienza, tanto affascinante quanto complessa, ha fatto scattare un campanello d’allarme nella testa del fisico. Abituarsi a far fare il lavoro duro ai processori nasconde una trappola sottile. Il pericolo imminente, per l’intera società, è di smarrire lungo la via la nostra facoltà di pensare.
L’impatto sui compiti a casa
Trasferiamo adesso questa preoccupazione direttamente dentro le aule scolastiche. Cosa succede quando un ragazzo affida un’equazione, o una ricerca, a un’applicazione capace di rispondere in tre secondi? Manca la fatica; sparisce del tutto quello sforzo essenziale che serve a tenere il cervello in funzione.
Lo scrittore e docente Andrea Maggi ha preso spunto proprio dalla scoperta del Nobel per fare un’analisi lucida sul quotidiano Il Gazzettino. L’insegnante si concentra sui danni provocati dalla mancanza di allenamento logico e dalla pigrizia digitale.
Quando le soluzioni arrivano senza sudare, i ragazzi smettono semplicemente di applicarsi. Riflettendo sull’uso smodato dei calcolatori, Maggi lancia un monito precisissimo: “Il rischio, da parte nostra, è quello di accantonare progressivamente le nostre facoltà, per delegarle alla macchina. Se una calcolatrice è in grado di risolvere in un batter d’occhio le radici quadrate, perché dovremmo ostinarci a imparare a risolverle a mente?”.
La figura del saggio
I programmi informatici vanno usati, certo, mantenendo però sempre salda la barra del comando. Bisogna accettare di essere più lenti di un computer; è normale commettere errori durante le procedure. Cedere per comodità la guida del ragionamento significa, di fatto, impoverirsi giorno dopo giorno.
Per spiegare bene questo scivolone cognitivo, l’autore usa l’immagine di un anziano del paese. Chiude infatti il suo intervento tracciando un parallelo molto amaro: “Delegando completamente le nostre facoltà alla macchina, rischiamo di tramutarci in un vecchio che, oltre a non essere in grado di lavorare, non sa più nemmeno fornire buoni consigli”.
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