Società

Metal detector a scuola e divieto social ai minori, Valentina Petri: “Non basta urlare le regole, c’è una società da curare”

La scuola è ricominciata da una settimana e il dibattito pubblico è già incandescente. Dopo l’ultimo fatto di cronaca, accaduto a Roma, si torna a parlare di metal detector agli ingressi degli istituti e di divieto dei social per i minori di tredici o quindici anni.

Su Facebook interviene Valentina Petri, docente e scrittrice, che smonta entrambe le proposte con due osservazioni che definisce “banalità”.

“Non è attuabile, non è fattibile”

Sul controllo agli ingressi, Petri non usa giri di parole. Far passare tutti gli studenti di tutte le scuole sotto il metal detector ogni mattina “non è attuabile, non è fattibile”. Le chiavi in tasca suonano, gli attrezzi del laboratorio suonano, i tempi si dilatano e la strumentazione può essere aggirata facendo entrare gli oggetti da una finestra. “Mi sembra così ovvio che non so come si possa invocarla davvero come soluzione”.

La docente riconosce che il sistema può funzionare “qui e là, in luoghi a rischio, dopo segnalazioni”, ma nega che offra garanzie reali. “Se uno ha di queste idee non lo fermi così. E spesso nemmeno ti sei accorto che potrebbe farlo”. A pesare è anche la questione economica: “Mettere i metal detector costa un sacco, non abbiamo i soldi per l’aria condizionata ma adesso stai a vedere che li abbiamo per i metal detector”.

Il divieto social e i figli davanti allo schermo

Sul secondo fronte, Petri attacca l’illusione che una norma possa risolvere il problema. “Non basta urlare il divieto dei social ai minori di tredici o quindici anni”. I minori con il telefono in mano si vedono “già nel passeggino”, e il coro di genitori pronti a rivendicare le proprie regole di casa non cambia la realtà. In giro ci sono ragazzi “che stanno davanti ad uno schermo da sempre, che scrivono cose abominevoli su chat che vi invito ad andare a leggere”.

Account falsi, profili intestati ai genitori stessi, un divieto aggirato senza sforzo. Da qui la conclusione della docente: dire “noi abbiamo messo le regole, siamo bravissimi” non serve a niente.

“Cambiare la società è faticoso, lento, doloroso”

Il nodo, per Petri, è più profondo e riguarda l’intera collettività. “C’è tutta una società da curare e da cambiare. E cambiare la società è una roba faticosa, lenta, dolorosa. Richiede un enorme investimento, di risorse ed anche emotivo”.

Il clima, però, non sembra quello giusto. E il sospetto finale è amaro: “Non mi sembra che ci sia il clima adatto, né, forse, la volontà di provarci. Ho addirittura il sospetto che a qualcuno vada bene così”.


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