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Manolo Portanova in campo dopo la condanna: per quanto il calcio potrà ignorare la violenza?

C’è un luogo, forse più rappresentativo di altri, in cui le asimmetrie di potere tra uomini e donne diventano evidenti: lo sport. E, nello sport, il calcio rappresenta la forma più potente e pervasiva di questa disuguaglianza. Ma quando parliamo di asimmetria di potere tra uomini e donne, a cosa mi riferisco?

Se sei un calciatore condannato a sei anni per violenza sessuale di gruppo, la società sportiva — in questo caso la Reggiana — potrebbe anche farti continuare a giocare come nulla fosse accaduto. È accaduto a Manolo Portanova, che il 17 aprile scorso si è visto confermare la condanna comminatagli in primo grado per lo stupro di una donna di 21 anni. I fatti oggetto del processo risalgono al 2021.

Nella gestione delle accuse di violenza sessuale, il comportamento del sistema calcistico appare spesso difensivo e prudente. “I tesserati condannati con sentenza definitiva per i delitti contro la personalità individuale (…) sono puniti con l’inibizione o la squalifica non inferiore a tre anni”. Il Codice di Giustiza Sportiva, dunque, fa riferimento alla sentenza definitiva. Considerati i tempi del processo, un giocatore condannato in primo grado per stupro potrebbe continuare a giocare per anni: acclamato dalla tifoseria, intervistato dai giornalisti, celebrato come campione e come esempio edificante della disciplina sportiva.

Il caso di Manolo Portanova solleva, ancora una volta, una questione che va oltre il singolo episodio: la responsabilità etica delle società sportive quando un proprio tesserato è coinvolto in fatti di questa gravità. Perché una duplice condanna non produce un danno reputazionale né per il calciatore né per la società che lo ha ingaggiato? Al contrario, si assiste ad una levata di scudi, con difese d’ufficio come quella pubblicata sulla Gazzetta di Reggio. L’ha firmata l’ex deputato ed ex assessore reggiano Mauro Del Bue che, a mio parere, è andato ben oltre il richiamo al principio di presunzione di innocenza, gettando discredito sulle donne che denunciano stupri e insinuando l’idea di una strumentalità. Deja vu. Si ha l’impressione, anche questa volta, che si stia giocando una partita tra la cultura dello stupro e lo svelamento di una violenza sistemica.

Nel 2024, Gisèle Pelicot, con un atto di straordinario coraggio, ha sfidato il pregiudizio sulle vittime di stupro dichiarando che la vergogna deve cambiare lato. Eppure la cultura dello stupro resiste, alimentata da omertà e collusioni, e la vergogna continua a gravare sulle spalle delle donne che denunciano violenze. Nel calcio, in particolare, questa resistenza sembra particolarmente tenace. Il calcio è un sistema simbolico che produce miti e un linguaggio condiviso da milioni di persone, ed è capace di plasmare immaginari e rafforzare gerarchie e rappresentazioni di maschilità e femminilità.

Le cronache calcistiche sono intrise di metafore belliche e, talvolta, di immagini che richiamano la violenza sessuale: si parla di “battaglie”, “assedio”, “difesa”, “conquista”. I calciatori diventano eroi, incarnazioni di forza e dominio. In questo immaginario, il gol viene talvolta narrato come una violazione, come un atto di conquista sul corpo — simbolicamente femminilizzato — dell’avversario. Chi ha una certa età ricorderà il commento di un noto cronista sportivo che descrisse un gol come “deflorazione della porta avversaria”.

Riflettere su questo simbolismo aiuterebbe a comprendere perché il calcio venga spesso vissuto come un modello identitario profondamente machista. È dentro questo contesto che crescono e si muovono calciatori, società e tifosi. Ed è sempre dentro questo contesto che si consuma una profonda ambiguità nella gestione delle accuse di violenza sessuale.

Ciò che colpisce è non solo la difesa del singolo, ma anche l’indifferenza di una larga fetta di tifosi, oltre a quella della società sportiva. Una semplice ricerca sul web, rileva diversi casi di denunce per stupro nei confronti di calciatori: alcuni rinviati a giudizio, altri condannati. In un solo caso (pare) la società ha agito chiedendo un risarcimento per danno d’immagine. Si tratta della Dolomiti Bellunesi che nel 2023 ha rescisso il contratto a un calciatore, condannato a 10 mesi per aver ripreso col cellulare una violenza sessuale di gruppo. Pena sospesa. La Cassazione poi nel 2025 confermò le condanne definitive agli altri coimputati, anch’essi calciatori. Nonostante questi episodi non siano isolati, raramente producono una riflessione sul mondo del calcio o suscita quell’indignazione che, in altri contesti, comporterebbe conseguenze reputazionali molto gravi.

Sul caso di Manolo Portanova hanno sollevato forti critiche le attiviste di Non da sola di Reggio Emilia, ed è intervenuta anche la presidente di D.i.Re, Cristina Carelli: “Chiunque ha il dovere di contrastare la cultura dello stupro. Non è sufficiente scandalizzarsi per i risultati dell’inchiesta della CNN, che ha rivelato una rete globale di uomini che si organizzano online per drogare, violentare e filmare le proprie partner. I calciatori potrebbero essere veri portatori di cambiamento e, invece di perpetuare lo stereotipo machista che usa il potere per sottomettere le donne e ridurne i corpi a oggetti di svago, sarebbe importante che riflettessero sul modello maschile che rappresentano, soprattutto per i giovani uomini in formazione e per l’intera società”.

Chissà per cosa tiferebbero, nella partita tra cultura dello stupro e lo svelamento della violenza sistemica, quei milioni di iscritti alla cosiddetta “accademia dello stupro”e alle tante chat che si scoprono sempre più di frequente, dove migliaia di uomini si scambiano consigli su come commettere uno stupro senza subirne le conseguenze. E con amarezza dobbiamo prendere atto che molto spesso ci riescono, tra scrosci di applausi.


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