resta solo una via di fuga dal ricatto
Fatih Birol, direttore generale dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, non ha usato mezzi termini: stiamo vivendo “la più grande crisi energetica della storia” ha tuonato. Le sue parole, rimbalzate in queste ore sulle agenzie di stampa, fotografano con spietata lucidità una realtà con cui l’Europa e il mondo intero stanno facendo i conti.
Questa è la tempesta perfetta, innescata dai conflitti geopolitici e deflagrata attraverso la nostra tossicodipendenza dal gas e dal petrolio: ha messo a nudo le fragilità strutturali di un intero sistema economico. Tuttavia, fermarsi a incolpare esclusivamente la congiuntura internazionale o le guerre in corso significa guardare il dito e ostinarsi a ignorare la luna. La verità, molto più scomoda e che le stesse istituzioni energetiche internazionali oggi ammettono, è che questa crisi non è solo figlia della geopolitica di oggi, ma dei decenni di ritardi di ieri.
Il peccato originale risiede nel tempo incalcolabile che abbiamo sprecato prima di avviare, con reale convinzione e pragmatismo industriale, la rivoluzione delle fonti rinnovabili. Per anni, la transizione ecologica è stata trattata nei dibattiti politici come un vezzo ambientalista, un lusso da perseguire a patto che non disturbasse troppo lo status quo economico delle grandi compagnie fossili. Abbiamo continuato, e purtroppo continuiamo, a sussidiare le fonti tradizionali e a costruire infrastrutture per il gas naturale, cullandoci nella pericolosa illusione che fosse un eterno “combustibile ponte”.
Nel frattempo, abbiamo sistematicamente ignorato i moniti di scienziati ed economisti, i quali avvertivano che delegare la nostra sicurezza energetica a nazioni politicamente instabili o apertamente ostili equivaleva a innescare una bomba a orologeria.
Se vent’anni fa, invece di rincorrere le fluttuazioni del prezzo del barile, avessimo investito massicciamente e strategicamente in eolico, solare, reti intelligenti (smart grid) e sistemi di accumulo, l’onda d’urto di questa crisi sarebbe stata infinitamente meno devastante.
Le rinnovabili non sono soltanto lo strumento fondamentale per arginare il collasso climatico; sono, come i fatti recenti hanno brutalmente dimostrato, la più potente arma di indipendenza e sicurezza nazionale a nostra disposizione. Il vento e il sole non sono soggetti a embarghi, non finanziano conflitti e non subiscono i ricatti politici o le oscillazioni irrazionali dei mercati finanziari.
Oggi paghiamo un conto salatissimo per la nostra miopia politica e industriale. Abbiamo sprecato decenni a discutere se la tecnologia delle rinnovabili fosse abbastanza matura, quando il vero problema era che la nostra classe dirigente non era pronta ad abbandonare un modello di business obsoleto.
Le dichiarazioni di Birol non devono essere lette solo come un bollettino di guerra economica, ma come la pietra tombale sulle politiche energetiche del passato. Non possiamo più permetterci di tamponare l’emergenza cercando affannosamente nuovi fornitori di gas altrove o, peggio, riaccendendo vecchie centrali inquinanti.
Dobbiamo usare questo shock sistemico per accelerare in modo drastico e definitivo verso un modello energetico distribuito, pulito e indipendente.
Il rammarico per il tempo perso è un esercizio sterile se non si trasforma in azione immediata. Come recita un vecchio adagio, il momento migliore per piantare un albero era vent’anni fa; il secondo momento migliore è adesso. La rivoluzione delle rinnovabili non è più un’opzione sul tavolo: è la nostra unica via di fuga da un ricatto che non dobbiamo mai più subire.
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