La prossima prova per Meloni e Giorgetti (e l’ennesimo fallimento Ue) – Il Tempo

Chi legge Il Tempo è sempre un giro avanti. Ricorderete che, ben prima del risultato del referendum, il nostro giornale aveva iniziato a parlare di un temibile «partito della palude», di un insidioso «partito del pareggio», verso le elezioni politiche del 2027.
Esiste un grumo di poteri (politici, finanziari, mediatici, più il deep state romano) che tifa per un indebolimento del governo Meloni e poi, nelle urne del 2027, per un esito confuso.
Obiettivo? Il ritorno a una stagione semitecnica (in salsa progressista) come preludio a un ulteriore commissariamento tecnocratico nel 2029, data dell’elezione del nuovo Capo dello Stato.
A meno che le cose non vadano ancora peggio (per noi), con Schlein-Conte-Bonelli-Fratoianni capaci di fare bottino pieno, senza neanche bisogno del paravento di qualche professore da sistemare come segnaposto a Palazzo Chigi e al Mef.
E allora portiamoci avanti con il lavoro. Qual è, nei prossimi giorni, la missione del «partito della palude»? Inchiodare il governo alle difficoltà economiche create dalla guerra. E infatti eccoli qua i soliti professori sui soliti tre giornali (Corsera-Stampa-Repubblica) impegnati a sostenere (primo) che l’Ue non possa derogare al Patto di Stabilità e (secondo) che l’Italia non debba permettersi scostamenti unilaterali dai sacri parametri.
È chiaro il giochino? Costringere il governo alla paralisi, togliergli qualsiasi margine sia per contrastare la crisi delle bollette sia per una successiva legge di bilancio minimamente espansiva, e poi-qualche mese dopo-traslocare loro nella sala di comando ben sicuri di trovare i conti a posto (del resto Meloni ereditò un deficit/Pil all’8,1% e l’ha portato in quattro anni a un lusinghiero 3,1%).
Questa sceneggiatura viene sviluppata così: nei giorni pari, articoli per spiegare come l’Ue non possa assolutamente allentare i propri vincoli (il che non è vero: è una prigione autoimposta che inchioda l’Europa ai più bassi tassi di crescita dell’Occidente); nei giorni dispari, articoli per spiegare che noi stiamo peggio di tutti gli altri (il che non è vero, perché almeno un minimo di onestà intellettuale imporrebbe di riconoscere a Meloni-Giorgetti una lodevole disciplina di bilancio).
La morale della favola è fin troppo facile. Da un lato c’è un’Ue irredimibile, che ha perso l’ennesima occasione per giocare un ruolo positivo. Come in tutte le crisi degli ultimi 17-18 anni (crisi finanziaria, crisi greca, crisi migratoria, Brexit, Covid, crisi in Medio Oriente, crisi russo-ucraina), Bruxelles sa solo rendersi inutile. Dall’altro c’è la delicata prova a cui Meloni e il suo Ministro dell’Economia sono chiamati: spiegare ai mercati che uno scostamento non è affatto un’avventura, ma una scelta ragionevole in considerazione dell’impennata dei prezzi energetici (e di conseguenza dei beni di consumo) che si prospetta.
Non si tratta mica di fare deficit per regalare redditi di cittadinanza e sussidi: ma (prima) per evitare che le imprese saltino a causa delle bollette e (poi) per impostare una legge di bilancio che contenga una riduzione di tasse che spinga l’economia.
Quelli della «palude» tiferanno di nuovo per lo spread e per qualche tensione sui mercati. Si tratta di anticiparli e smontarli, facendo le cose giuste e spiegandole bene.
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