Cultura

Make America Punk Again: contro l’americanismo verticale

Credit: Fred C. Lounsbury (d. 1917), Public domain, via Wikimedia Commons

’Americanismo non è solo un’idea politica. È una tensione, una spinta verticale, quasi metafisica, che pretende di sollevarsi sopra il resto del mondo per dominarlo, plasmarlo, giudicarlo. È l’illusione di una centralità assoluta: gli Stati Uniti non come parte del mondo, ma come misura del mondo stesso.

Dentro questa tensione vive un paradosso insanabile. Da una parte, l’ossessione per il controllo, per la supremazia, per una purezza — razziale, culturale, ideologica — che non è mai esistita se non come costruzione violenta. Dall’altra, una forza opposta, orizzontale, che attraversa la società americana come un fiume carsico: una moltitudine di corpi, di lingue, di storie, di culture, di credi, di tradizioni che si incontrano, si mescolano, si contraddicono, tentando di costruire connessioni laddove il potere pretende di erigere i suoi muri.

L’America è, da sempre, questo conflitto. È il movimento verticale dell’Americanismo — che oggi degenera nel Trumpismo, nella caricatura autoritaria di sé stesso — e la spinta orizzontale che, da Martin Luther King in poi, ha provato a dare senso reale alle parole “uguaglianza” e “giustizia”, svuotandole della loro retorica e restituendole alla vita concreta delle persone. Ma quelle parole, scritte nelle carte fondative, non sono mai bastate.

Perché la storia americana è una ferita ancora da rimarginare: schiavismo, guerra civile, presidenti assassinati, diritti negati, pena di morte, violenza diffusa e legalizzata. È una promessa continuamente tradita, un’idea di libertà che convive con la sua negazione sistematica. E quella contraddizione non appartiene solo al passato. È ancora lì, oggi, nei corpi di chi non può curarsi, perché la salute è un privilegio. È nelle scuole e nelle università, dove l’accesso è filtrato dalla ricchezza e dal denaro. È nelle armi vendute con leggerezza, nella paura elevata a sistema, nel razzismo che muta forma e obiettivo, ma non scompare.

L’America continua a raccontarsi come giusta, anche quando non lo è. Continua a credersi libera, anche quando produce oppressione. E forse il punto più oscuro di questa illusione è proprio qui: l’idea di essere, sempre e comunque, dalla parte del Bene. Non è solo una deriva del movimento MAGA o di Donald Trump. È qualcosa di più profondo, più radicato. È una fede civile, quasi religiosa: l’America come strumento della giustizia, come esecutrice di un disegno superiore. L’America che si identifica con Dio.

E quando una nazione si identifica con Dio, ogni violenza può diventare necessaria. Ogni guerra, giustificabile. Ogni nemico, inevitabile. Il sogno americano, allora, si rivela per quello che è: non un sogno, ma una narrazione creata ad arte. Un dispositivo. Un’illusione potente, capace di nascondere i propri vuoti sotto il peso della propria retorica. A un certo punto, però, qualcosa si è incrinato.

Gli Americani stessi hanno iniziato a intravedere il bluff, la messa in scena. E da quella frattura è emersa una figura come Trump: non un’anomalia, ma una conseguenza. Non la rottura del sistema, ma la sua esposizione più brutale. Un’autocrazia caricaturale, incapace di mantenere promesse che non potevano essere mantenute — perché quella grandezza solitaria non è mai esistita — e costretta, per sopravvivere, a inventare nemici, interni ed esterni, a nutrirsi di paura, a semplificare la complessità fino a ridurla a slogan.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un’America più fragile, più isolata, più confusa. Non più centro del mondo, ma corpo in crisi. Non più guida, ma potenza smarrita. Un Paese che si muove dentro una spirale di contraddizioni sempre più evidenti, amplificate da alleanze e scelte che ne riflettono e ne aggravano le derive, fino a trasformare l’idea stessa di “grandezza” in qualcosa di vuoto, quasi grottesco. E allora la domanda diventa inevitabile: cosa significa, oggi, rendere l’America “di nuovo grande”? Quali sono, davvero, i valori americani? E cosa resta, dentro quel sogno?

Forse la risposta è scomoda. Forse l’America non è più in grado di liberare nessuno, perché è essa stessa che deve essere liberata: dalle sue mitologie, dalle sue paure, dalla sua ossessione per il dominio. Forse le idee di tolleranza, di umanità, di giustizia si sono già spostate altrove, lontano da una visione del mondo che resta intrappolata in una logica militarista, imperialista, neoliberista, brutale. Eppure, dentro questo paesaggio in rovina, qualcosa resiste.

Non nei palazzi del potere. Non nei discorsi ufficiali. Ma nel rumore. Nel disturbo. Nella musica. Nel punk-rock e oltre, fino alle nuove forme ibride e contemporanee. Il punk — vecchio e nuovo — non ha mai creduto al sogno americano. Lo ha smontato, deriso, gli ha sempre urlato contro. Ha fatto quello che la politica spesso non riesce più a fare: ha detto la verità, anche quando era scomoda, anche quando faceva male. Queste canzoni vengono da lì. Da una contro-narrazione.  Sono un filo elettrico che attraversa decenni di rabbia, di disillusione e di consapevolezza. Un modo per ricordare che, contro ogni verticalità del potere, esiste sempre una voce orizzontale che continua a disturbare, a graffiare e a non obbedire, dalla quale bisogna ripartire.


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