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Lupini, il superfood dimenticato che conquista la tavola grazie alle proteine vegetali

I lupini, legume della tradizione contadina italiana, stanno tornando nel 2026 sugli scaffali della grande distribuzione perché la domanda di proteine vegetali e alimenti salutistici ha spinto consumi, vendite e investimenti delle aziende del settore, con un mercato arrivato a 15 milioni di euro.

Dai banchetti al supermercato: il ritorno dei lupini

Per decenni sono stati il cibo delle fiere, dei mercati rionali, delle feste di paese. Serviti in piccoli cartocci, salati, da mangiare con le dita. Oggi i lupini hanno cambiato posto: non più soltanto nei banchi degli ambulanti, ma nei frigoriferi dei supermercati, accanto a olive, snack vegetali e preparazioni pronte.

Il passaggio non è solo commerciale. A spingere il ritorno di questo legume è il nuovo interesse per un’alimentazione più ricca di proteine vegetali, meno centrata sui prodotti di origine animale e più attenta alla composizione nutrizionale. I lupini, in questo quadro, hanno trovato spazio grazie al contenuto proteico e ad alcune proprietà funzionali: contribuiscono al senso di sazietà e, secondo le indicazioni nutrizionali diffuse dagli operatori del settore, possono aiutare nel controllo del colesterolo nel sangue.

La trasformazione è arrivata anche dal prodotto. Il lupino tradizionale, da sciacquare e sbucciare, non era sempre comodo. Le aziende hanno lavorato su formati più pratici: confezioni piccole, porzioni da snack, varianti già sgusciate. Una svolta semplice, ma decisiva. Perché il consumo fuori casa, in ufficio o durante gli spostamenti, pesa sempre di più nelle scelte dei clienti.

Un mercato da 15 milioni e vendite in crescita

Secondo i dati Niq, i lupini nella distribuzione moderna restano una nicchia, ma hanno già raggiunto un valore di sell-out pari a 15 milioni di euro. Nel 2025 le vendite sono aumentate dell’8% rispetto all’anno precedente, segnale di una domanda che non riguarda più solo i consumatori legati alla tradizione, ma anche chi cerca alternative vegetali per la dieta quotidiana.

Il fenomeno si inserisce in una tendenza più ampia, quella degli alimenti percepiti come salutari e ad alto contenuto proteico. Non c’è solo il pubblico vegano o vegetariano. Ci sono sportivi, famiglie, consumatori attenti alle etichette, persone che cercano snack salati con un profilo diverso rispetto a patatine o prodotti da forno. E i lupini, con il loro sapore netto e il prezzo ancora accessibile, intercettano questa fascia.

A incidere è stata pure la presenza più stabile nei punti vendita. Quando un alimento entra nella grande distribuzione organizzata, cambia la frequenza d’acquisto: non è più un prodotto da comprare solo al mercato o in occasioni specifiche, ma qualcosa che si incontra durante la spesa settimanale. In quel momento, spesso, nasce la prova. Poi, se funziona, arriva il riacquisto.

Madama Oliva accelera con snack e ricette

Tra le aziende che hanno investito sul segmento c’è Madama Oliva, indicata come leader di mercato con una quota a valore del 19%. La società ha chiuso il bilancio 2025 con oltre 55 milioni di euro di ricavi e più di un milione di confezioni di lupini vendute. Una crescita del 10%, superiore all’andamento complessivo del comparto.

«Abbiamo puntato sull’innovazione, introducendo il lupino sgusciato e le confezioni snack per un consumo on the go», ha spiegato Sabrina Mancini, direttrice marketing di Madama Oliva. L’azienda, ha aggiunto, ha lavorato anche per allargare le occasioni d’uso del prodotto, portandolo oltre il semplice aperitivo.

La collaborazione con uno chef ha permesso di sviluppare nuove ricette e di proporre i lupini in cucina come ingrediente per piatti vegetariani e vegani. Non solo insalate o antipasti, dunque. Ma anche reinterpretazioni di preparazioni italiane, dove il legume può sostituire o affiancare fonti proteiche più comuni. È un passaggio delicato: per entrare davvero nelle abitudini alimentari, un prodotto deve diventare familiare ai fornelli, non restare confinato allo scaffale.

Coltivazioni italiane in ripresa, ma lontane dal passato

La crescita della domanda, anche internazionale, ha riportato attenzione sulla produzione nazionale di lupini. Dopo anni di riduzione, la superficie coltivata in Italia ha superato i 1.000 ettari, con un aumento del 75% rispetto a cinque anni fa. Il confronto con il passato, però, resta netto: nella prima metà del Novecento si arrivava a circa 40mila ettari, quando il lupino era usato anche come coltura di rotazione per migliorare la fertilità dei terreni e ridurre il ricorso ai fertilizzanti.

Oggi le coltivazioni sono concentrate soprattutto nel Centro-Sud e producono circa mille tonnellate di prodotto secco. La quantità cresce fino a 2,5 volte prima dell’arrivo in commercio, perché i legumi vengono sottoposti a diversi risciacqui per ridurre la lupanina, la sostanza responsabile del sapore amaro.

Su questo fronte è al lavoro anche il Crea, che ha avviato progetti per introdurre genotipi di lupini privi degli alcaloidi più amari. L’obiettivo è favorire la coltivazione, anche in regime biologico, nell’Italia meridionale. Una parte delle sperimentazioni riguarda l’alimentazione animale, in particolare bovini da carne e suino nero siciliano. Ma il segnale, per il mercato alimentare, è già chiaro: un legume considerato povero è tornato a essere una risorsa. Stavolta, con un’etichetta nuova.


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