Bruno Galasso, la risata come necessità: da Casa Surace a Casagrande fino al sogno del cinema
Intervista a Bruno Galasso: l’attore e creator napoletano racconta il valore della comicità, la gavetta nei villaggi turistici, il successo digitale con Casa Surace, la nuova sfida del teatro accanto a Maurizio Casagrande e il sogno del cinema.
Per Bruno Galasso la comicità non è mai stata solo un mestiere. È un modo di stare al mondo. Una necessità, prima ancora che una vocazione. È uno strumento con cui trasformare le fragilità in racconto, il dolore in ironia e la quotidianità in uno spettacolo in grado di parlare a tutti. Perché la risata, quando è autentica, non serve a nascondere la realtà: la illumina da un’altra prospettiva. Nel suo percorso artistico emerge con forza l’anima di Napoli. Attore e creator, volto di Casa Surace, Bruno porta sul palco e sullo schermo l’eredità della cultura partenopea: una tradizione che intreccia memoria, malinconia, contraddizioni e umorismo. Una sensibilità che ha saputo trasformare in un linguaggio personale, capace di superare confini geografici e generazionali, arrivando al cuore di pubblici diversi.
Tra i suoi riferimenti più profondi c’è Totò. Nei film del Principe della risata riconosce una lezione che continua a guidarlo: la comicità più grande nasce quasi sempre da una tragedia. È quella “risata seria” che non cancella il dolore, ma lo attraversa, lo rende più leggero, senza mai banalizzarlo. La sua formazione nasce da una lunga gavetta. I villaggi turistici sono stati la sua prima vera scuola di spettacolo: un laboratorio quotidiano dove il rapporto con il pubblico era diretto e ogni esibizione diventava un banco di prova. È lì che ha costruito il suo stile, affinando tempi comici, improvvisazione, presenza scenica e, soprattutto, la capacità di osservare le persone.
Da quell’esperienza nasce il tratto distintivo della sua comicità: raccontare la straordinarietà nascosta nella normalità. I piccoli gesti, le dinamiche familiari, i tic, le abitudini e le contraddizioni della vita quotidiana diventano materiale narrativo in cui ciascuno può riconoscersi. Quella palestra artistica si rivela decisiva con l’arrivo della rivoluzione digitale e l’incontro con Casa Surace. Il collettivo riesce a raccontare un’Italia fatta di tradizioni, differenze culturali e identità attraverso video diventati virali, costruendo una comicità popolare e contemporanea. La forza del progetto sta proprio nella capacità di giocare con gli stereotipi senza esserne prigionieri e trasformare esperienze comuni in un racconto che unisce generazioni e territori.
Dopo il successo digitale, Bruno Galasso ha scelto di tornare alla dimensione più intima e complessa del teatro con “La prova del nove” di Maurizio Casagrande. Per conoscere più da vicino la sua storia, le sue radici, la sua idea di comicità e i progetti che lo attendono, abbiamo intervistato Bruno Galasso. Ne è nata una conversazione che ripercorre il viaggio di un artista capace di trasformare l’identità napoletana in un linguaggio universale, dai primi palcoscenici fino al riconoscimento del grande pubblico.
Bruno Galasso, partiamo dagli esordi. Qual è il primo ricordo che le ha fatto capire il potere della risata?
«Non c’è un episodio preciso, ma sicuramente i film di Totò hanno avuto un ruolo fondamentale nel mio percorso. Li avrò visti centinaia di volte. La risata, per me, ha un potere enorme: può alleggerire le persone, può persino salvare delle vite. Almeno nella mia esperienza è stato così. Ho capito che nella comicità c’è qualcosa di magico. Per me è un’esigenza, prima ancora che una scelta. Ho bisogno di vedere le persone ridere: quella reazione, quel momento di condivisione, è la benzina che alimenta il mio lavoro e mi dà la spinta per andare avanti. La risata del pubblico è ciò che dà senso a quello che faccio».
La lezione più importante che porta con sé?
«Totò mi ha insegnato che la comicità è una cosa seria. Nei suoi film, non ride quasi mai, eppure fa ridere tutti. È questa, secondo me, la sua grande forza: riuscire a far nascere la comicità senza cercare la risata a tutti i costi, con un’interpretazione sempre autentica. È un tipo di comicità a cui mi sento ancora molto legato. Naturalmente, oltre a Totò, sono cresciuto con tutta una televisione che, per ragioni anagrafiche, non ho vissuto direttamente ma ho scoperto dopo: Renzo Arbore, la comicità surreale, il nonsense».
C’è una citazione del Principe della risata che sente particolarmente sua?
«Ce ne sono tantissime. Quella che porto sempre con me è una frase tratta da “Siamo uomini o caporali?”: “Ognuno ha il suo caporale”. Non è una battuta tra le più comiche, ma racconta una verità molto semplice: nella vita e nel lavoro c’è sempre qualcuno da cui dipendiamo. Mi ha sempre colpito perché va oltre la comicità e parla delle dinamiche umane. Nella quotidianità, mi ritrovo spesso a citare Totò con gli amici. I suoi film sono diventati un linguaggio condiviso. Credo che succeda questo con i grandi comici: finiscono per offrirti una chiave di lettura della realtà. Ogni situazione può ricordarti una scena, una battuta, un personaggio. Per me il mondo è pieno di citazioni di Totò».
Bruno Galasso, come ha iniziato il suo percorso artistico? Qual è stato il primo momento in cui ha messo piede su un palcoscenico o si è trovato davanti a una telecamera?
«In realtà ci sono due momenti distinti. La telecamera è arrivata con Casa Surace, mentre prima il mio mondo era quello dei villaggi turistici, dove ho lavorato fino al 2014. Quella è stata la mia prima vera esperienza nel mondo dello spettacolo. Ho fatto gavetta quasi senza rendermene conto: il villaggio era un luogo dove imparare il mestiere attraverso il rapporto diretto con il pubblico, sperimentando, sbagliando e migliorando ogni giorno. È lì che ho capito di voler fare questo lavoro, anche se ancora non sapevo quale sarebbe stata esattamente la strada da percorrere. L’arrivo della telecamera con Casa Surace è stato poi un passaggio naturale. Non l’ho mai vissuta come un ostacolo, come qualcosa capace di bloccarmi o mettermi in difficoltà. Anzi, in un certo senso la telecamera rappresenta anche una protezione.
La differenza principale tra fiction e teatro è proprio questa: sul palco non puoi nasconderti. Se sbagli, l’errore arriva immediatamente al pubblico, è diretto e irripetibile. La telecamera, invece, ti permette di riprovare, di rifare una scena, di correggere e trovare la versione migliore. Con Casa Surace abbiamo sempre mantenuto un approccio molto teatrale. Cercavamo di costruire le scene come se fossero spettacoli dal vivo. Nel tempo ho imparato anche a conoscere tutti gli aspetti tecnici del lavoro, dai tempi della telecamera ai tagli, fino al montaggio. In qualche modo, proprio questa esperienza davanti alla telecamera mi ha preparato al ritorno sul palco, che è sempre stato il mio obiettivo iniziale».
Quando ha capito che Casa Surace non era più soltanto un gruppo, ma stava diventando una voce generazionale capace di raccontare l’Italia?
«All’inizio vivevamo tutto in maniera molto naturale, senza renderci conto della portata del progetto. Ricordo però un momento preciso. Avevamo già iniziato a essere conosciuti e pubblicammo un video su Facebook che fece numeri che per noi erano impensabili: “La vita con e senza”, un esperimento tra sketch e tutorial. A settembre arrivò a circa 17 milioni di visualizzazioni. Per noi era un numero enorme. Lì abbiamo capito che stavamo intercettando qualcosa di più grande: non tanto la fama, ma la capacità di rappresentare un pezzo d’Italia e creare un linguaggio in cui tante persone potessero riconoscersi.
La conferma è arrivata poi dal vivo. A Bologna pubblicammo una semplice storia per incontrare i follower e ci ritrovammo una piazza piena di persone. A Firenze, invece, pensavo che chi era sulle scale fosse lì solo per ripararsi dal freddo, poi ho capito che stavano aspettando noi. Sono stati momenti che ci hanno fatto capire l’impatto reale del progetto. La cosa curiosa è che all’inizio eravamo più conosciuti fuori Napoli che nella nostra città. A Milano ho avuto la sensazione che Casa Surace fosse uscita dallo schermo: le persone iniziavano a fermarci per strada».
C’è una storia curiosa legata al nome “Casa Surace”, un piccolo paradosso che sembrava scritto da una sceneggiatura. Dico bene?
«Esatto! Molti pensavano davvero che noi vivessimo tutti insieme in una casa a Milano. In realtà, eravamo a Napoli. Ci ritrovavamo in una casa che apparteneva a un proprietario di nome Surace, ed è proprio da lì che è nato il nome del gruppo. La cosa divertente è che quella casa era stata progettata da un architetto milanese e noi questa cosa l’abbiamo scoperta soltanto anni dopo».
Casa Surace ha segnato una fase importante della sua carriera. Oggi che i vostri percorsi professionali hanno preso strade diverse, lascia aperta la possibilità che possano un giorno tornare a incrociarsi?
«È una realtà a cui sono legato, con cui ho condiviso un pezzo importante del mio percorso, e penso che potrebbe ancora avere un grande futuro se un giorno ci dovessero essere le condizioni giuste per ripartire insieme. Oggi, però, il mio percorso sta andando in una direzione diversa: sto cercando di costruire il mio futuro artistico attraverso nuove esperienze».

«Io scherzo sempre dicendo che il mio percorso è passato da Casa Surace a Casagrande. Ma, battute a parte, lavorare con Maurizio è stata un’esperienza molto più grande di una semplice collaborazione professionale. Essendo napoletano, sono cresciuto con il suo teatro, con il trio Salemme, Buccirosso e Casagrande. Stare accanto a un maestro del teatro e, allo stesso tempo, avere il compito di prenderlo in giro in scena è qualcosa di incredibile».
Bruno Galasso nello spettacolo interpreta il ruolo di un impresario un po’ cialtrone. Qualche curiosità su questo personaggio?
«Il personaggio dell’impresario nasce da una figura realmente esistita, un uomo sopra le righe che Maurizio mi ha aiutato a costruire. Poi c’è stato un dettaglio che ha cambiato ancora di più il ruolo: quando ha scoperto che suonavo la chitarra ha inserito nello spettacolo alcuni momenti musicali. È stato un regalo enorme, perché mi ha permesso di unire due passioni fondamentali per me: recitazione e musica. Io considero Maurizio un padre artistico, perché rappresenta quello a cui aspiro: unire teatro, comicità e musica in un unico percorso».
Il più grande insegnamento di Maurizio Casagrande?
«Maurizio mi ha insegnato una cosa importante: in teatro il testo è fondamentale, ma a volte diventa quasi secondario rispetto alla relazione tra gli attori e all’energia della scena. La vera libertà arriva quando conosci talmente bene quello che fai da poter giocare, aggiungere colore e anche improvvisare».
Lo spettacolo ha una forte componente metateatrale, con un equilibrio tra caos apparente e grande costruzione scenica. Cosa l’ha colpita di questo testo e del suo ruolo all’interno della storia?
«Credo che il punto di forza dello spettacolo sia proprio questo: sembra un caos organizzato. Quando ho letto il testo de “La prova del nove” ho trovato un forte legame con un’opera che amo molto, “Rumori fuori scena”: un gioco di teatro nel teatro, dove il pubblico vede quello che succede sia davanti sia dietro il palcoscenico. All’inizio non sai esattamente dove voglia andare a parare. Maurizio riesce a costruire un equilibrio perfetto. Io mi sento un po’ il collante della storia. È una responsabilità importante, ma anche una grande occasione. La cosa più bella è poter stare sul palco con un maestro del teatro e allo stesso tempo giocare con lui, rompere gli schemi e portare una comicità diversa.
E poi c’è il tema della musica, che per me è fondamentale. Maurizio dice che “la colonna sonora della vita” è qualcosa di speciale, e io penso che sia vero: se ogni momento avesse una musica, forse sarebbe tutto più semplice da raccontare».
C’è un aneddoto da backstage che può condividere con i nostri lettori?
«Quando Maurizio mi ha chiamato per propormi lo spettacolo pensavo fosse il corriere Amazon. Ho risposto al telefono convinto fosse una consegna e invece era Casagrande. È stato un momento che difficilmente dimenticherò».
Dopo teatro e musica, Bruno Galasso, possiamo aspettarci di vederla anche al cinema? Magari in futuro in una doppia veste di attore e musicista, o come autore di un suo progetto?
«Sicuramente. Il mio sogno nel cassetto è sempre stato fare il regista. Poi il percorso mi ha portato soprattutto verso la recitazione, anche perché ho sempre avuto questa “faccia di bronzo” che mi ha permesso di mettermi in gioco in tanti ruoli. Il cinema è un obiettivo che vorrei raggiungere: mi piacerebbe viverlo sia come attore sia, un giorno, dietro la macchina da presa. In questo momento sto cercando di capire come entrare in quel mondo, che è affascinante ma anche molto complesso».
Se un artista ha la possibilità e la capacità di spaziare, perché limitarsi? Recitazione, musica, regia: sono linguaggi diversi ma fanno parte dello stesso universo creativo…
«Assolutamente sì. Alla fine, quello che conta è raccontare qualcosa, in qualsiasi forma. E poi c’è un aneddoto che racconta un po’ il mio percorso: il mio primo anno nei villaggi turistici sono partito come ballerino. All’epoca nei villaggi bisognava adattarsi a ogni situazione: io sapevo muovermi e così mi presentarono in quel ruolo. Mi sono occupato di balli di gruppo, baby dance e animazione. La cosa divertente è che la baby dance è ancora oggi una delle attività che mi diverte di più: potrei dedicarci una vita. Quell’esperienza mi ha insegnato una cosa fondamentale: sul palco devi essere pronto a tutto».
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