L’Isonzo è senz’acqua, il fiume della Grande Guerra rischia di morire. Italia e Slovenia riunite per deciderne la sorte: “D’estate resta solo un rigagnolo”
Un fiume senza acqua. Chissà se esista ancora o non resti soltanto la parola. È il destino dell’Isonzo. Chi ha avuto l’avventura di andare sulle sue rive lo scorso agosto forse nemmeno lo ha trovato. Era ridotto a poco più di un torrente. Un rigagnolo in mezzo ai sassi. Eppure pochi fiumi hanno segnato la storia del nostro Paese quanto questo corso d’acqua che scorre tra Italia e la Slovenia. Che oggi, forse, unisce due stati dell’Unione Europea, ma in passato ha segnato una spaccatura nel cuore del nostro continente. Proprio il fiume che ha dato per secoli la vita a un’intera regione (è il terzo per portata d’acqua nel Nord Est, dopo il Po e l’Adige) era diventato il teatro di una delle battaglie più sanguinose del Novecento. Anzi, dodici battaglie, tanti sono stati gli scontri tra italiani e austriaci che si sono combattuti su queste rive nella Prima Guerra Mondiale. Anni e anni in cui al suono dello scorrere dell’acqua si era sostituito il rumore di fucili. Bombe. Urla. Trecentomila soldati hanno perso la vita dove oggi trovi distese di salici, pioppi, carpini. E quel fiume dall’inconfondibile colore smeraldo dell’acqua che scorre sulla ghiaia quasi bianca.
Ma adesso, oltre un secolo dopo, è proprio l’Isonzo che rischia di morire.
Il destino di questo fiume è scritto nel nome, anzi nei nomi: Isonzo in italiano, ma anche Lusinç o Lisunç in friulano e goriziano. Oppure Soča in sloveno, Lisonz in bisiaco (il dialetto della zona di Monfalcone). Infine Sontig in tedesco. Sei nomi, per indicare lo stesso fiume, perché, in questa zona tra Occidente e Oriente dell’Europa, ogni cosa per secoli ha diviso i popoli.
La storia purtroppo va avanzi da decenni. Dal 1975, l’anno del trattato di Osimo che stabiliva i confini tra Italia e Jugoslavia. Anche l’Isonzo fu diviso: 100 km del corso d’acqua andarono a Belgrado (oggi alla Slovenia); 36, a valle, all’Italia. Ma se segnare i confini sulla terra è difficile, doloroso, spartirsi un fiume può essere ancora più complesso. Una lama taglia l’acqua nella città dai due nomi: di là Nova Goriça, di qua Gorizia.
Gli effetti dell’operazione sono presto detti, basta ascoltare Michele Tonzar, presidente del circolo Legambiente di Monfalcone che, insieme con quello di Gorizia, da quindici anni si batte per difendere l’Isonzo: “Appena dopo il confine, il fiume è imbrigliato dalla diga di Salcano che serve per produrre energia idroelettrica. Il problema si chiama ‘idropeaking’. In sostanza l’impianto provoca un rilascio discontinuo dell’acqua a seconda delle esigenze di produzione di energia. In alcuni momenti il fiume porta 170 metri cubi al secondo, in altri appena 12”. Gli effetti sono evidenti: muoiono quasi tutte le forme di vita, come la rara trota marmorata. Ma anche la vegetazione sulle sponde rischia di non resistere. Per non parlare dei rischi per le persone che si trovano sulle sponde di un fiume che a tratti è quasi inesistente e in altre diventa impetuoso.
Adesso, ovviamente, si aggiunge la crisi climatica: l’estate 2026 ha prosciugato perfino il Po. L’Isonzo è praticamente scomparso. È rimasto, appunto, quasi soltanto il nome. La traccia azzurra sulle carte geografiche. Il cartello sui cavalcavia che lo attraversano. Una sofferenza che si vede anche sulle sponde, nei campi intorno, dove al verde del passato si sostituisce spesso un giallo bruciato. Malato.
Un destino simile a quello dell’altro fiume simbolo della Grande Guerra, il Piave, anch’esso prosciugato dalle dighe dolomitiche e poi dai canali per l’irrigazione. Ma in quel caso, almeno, non ci sono confini di mezzo. Non ci sono diversi stati da mettere d’accordo. “La Slovenia ha il coltello dalla parte del manico”, sostiene Tonzar.
Una parola decisiva potrebbe essere scritta tra pochi giorni (il 30 settembre) quando, a Gorizia, Italia e Slovenia si ritroveranno per i lavori della Commissione Mista per l’Idroeconomia. Il primo punto dei lavori sarà proprio la sopravvivenza del fiume. Ma quanto la questione sia stata sottovalutata lo dimostra proprio la cadenza dei lavori della Commissione. “Si è riunita nel 2014, poi dieci anni dopo, nel 2024. E adesso”, racconta Tonzar. Aggiunge: “Gli accordi del 1975 avevano previsto la realizzazione di un bacino idrico a valle delle dighe slovene, in territorio italiano. Ma dopo cinquant’anni non se n’è fatto niente. La Slovenia dovrebbe garantire un flusso continuo di almeno 25 metri cubi al secondo che consentirebbe alle forme di vita di sopravvivere”.
Lo stesso sindaco di Gorizia, Rodolfo Ziberna (centrodestra), ha deciso di affrontare la questione e di scrivere al ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, e a quello degli Esteri, Antonio Tajani. “Il mondo è cambiato, soprattutto è cambiato il clima. Quindi anche il fiume. Ogni anno l’acqua scende, scompare e abbiamo una moria di pesci… non si può vedere”, racconta il primo cittadino. Se ne parlerà nei prossimi giorni all’incontro con la Slovenia: “Bisogna innanzi tutto rivedere il trattato. Finora ha fissato la portata media, quella è stata rispettata, ma è un criterio che non vuole dire niente”. In che senso? “E’ come se io ti chiudessi in una stanza per un anno, per mesi e mesi ti facessi mancare l’aria e per alcuni giorni spalancassi la finestra. Il livello medio di ossigeno forse sarebbe rispettato, ma non servirebbe a niente, perché tu alla fine moriresti. È lo stesso per il fiume, serve un flusso costante. Ne va della sopravvivenza di un ambiente straordinario, ma anche dell’agricoltura che nella nostra provincia vale quasi il 25 per cento del pil”. Ecco allora l’ipotesi del bacino di rifasamento, come lo chiamano i tecnici: “E’ una vasca naturale, nel letto del fiume. Basta alzare il livello dell’acqua di mezzo metro, non di più. Siamo praticamente tutti d’accordo e anche i soldi ci sono già”, garantisce Ziberna.
Ma allora perché non si interviene? Legambiente punta il dito verso la politica che si risveglia solo vicino alle elezioni. Di sicuro adesso non c’è più tempo per aspettare, il fiume muore.
In gioco ci sono l’ambiente e l’agricoltura. Ma molto di più. Difficile dire cosa sarebbe del Friuli senza questo corso d’acqua che ha segnato il paesaggio e l’anima della regione.
Basta leggere la poesia ‘Fiumi’ di Giuseppe Ungaretti che proprio a una manciata di chilometri dall’Isonzo aveva combattuto a San Martino del Carso: “Questo è l’Isonzo/e qui meglio/mi sono riconosciuto/una docile fibra/dell’universo”. Ancora: “L’Isonzo scorrendo/mi levigava/come un suo sasso”.
Già, questo fiume che, prima dell’intervento dell’uomo, correva a volte mite, altre violento. Come racconta una leggenda slovena: c’erano tre fiumi – la Drava, la Sava e l’Isonzo – che un giorno scommisero chi per primo sarebbe arrivato al mare. La sera si addormentarono. La Drava partì per primo, quieto, e sembrò vincere i rivali. Ma la Sava a metà della notte cominciò a correre più veloce, recuperò il terreno perduto. L’Isonzo si svegliò solamente alla mattina, ma d’improvviso si riempì di acqua, travolse tutto e arrivò per primo fino al mare.
Era così una volta, l’Isonzo. Oggi quasi si stenta a trovarlo.
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