Salute

Leucemia pediatrica ad alto rischio, così l’immunoterapia dimezza le ricadute

La sfida, nella leucemia linfoblastica acuta (Lla) pediatrica ad alto rischio, è trovare il punto di equilibrio tra efficacia delle cure e tossicità. Uno studio internazionale appena pubblicato sul New England Journal of Medicine mostra che quel punto può essere spostato: sostituendo due cicli di chemioterapia intensiva con due cicli di immunoterapia, le ricadute si sono quasi dimezzate e sono diminuiti gli effetti collaterali gravi.

La sperimentazione – che ha coinvolto oltre 100 centri di otto Paesi tra il 2018 e il 2023 – ha riguardato proprio quella quota di pazienti pediatrici che, pur beneficiando degli importanti progressi terapeutici ottenuti nella Lla, presenta un rischio di ricaduta superiore alla media. Oggi, nei Paesi industrializzati, circa il 90% dei bambini con leucemia linfoblastica acuta può ottenere una guarigione a lungo termine. Ma circa un paziente su cinque appartiene a una categoria considerata ad alto rischio e necessita quindi di strategie terapeutiche più mirate.

È in questo gruppo che i ricercatori hanno sperimentato la sostituzione di due cicli di chemioterapia ad alta intensità con due cicli di immunoterapia a base di blinatumomab. Secondo i risultati dello studio, la nuova strategia ha «quasi dimezzato il numero delle ricadute» e ha ridotto significativamente gli effetti collaterali gravi legati alla chemioterapia intensiva. Il razionale del trattamento è sfruttare direttamente le difese immunitarie del paziente. Il blinatumomab è infatti progettato per mettere in contatto i linfociti T, cellule fondamentali del sistema immunitario, con le cellule leucemiche. In questo modo favorisce il riconoscimento e la distruzione delle cellule tumorali da parte dello stesso sistema immunitario.

Leucemia, l’immunoterapia in prima linea cambia le prospettive

Il risultato ha una particolare rilevanza perché nella Lla pediatrica ad alto rischio l’intensificazione della terapia è stata finora uno degli strumenti utilizzati per prevenire le ricadute. Una maggiore intensità, tuttavia, può comportare una tossicità importante, con effetti collaterali anche gravi e, in alcuni casi, letali. L’obiettivo della strategia testata nello studio è quindi duplice: mantenere il controllo della malattia e ridurre il prezzo biologico delle cure.

«L’obiettivo di questo importante studio era tentare di migliorare ulteriormente le probabilità di guarigione, riducendo per quanto possibile la tossicità delle cure sui bambini e il loro impatto sulle famiglie», spiega Andrea Biondi, direttore scientifico della Fondazione Tettamanti e principal investigator per l’Italia dello studio.


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