Società

Lettori in calo nonostante l’offerta digitale: nel 2024 solo il 57,1% degli italiani legge un libro all’anno

Nonostante la crescente offerta di contenuti e formati digitali, l’abitudine alla lettura in Italia continua a mostrare segni di flessione.

Secondo l’Indagine “I cittadini e il tempo libero” del 2024, la quota di persone di sei anni e più che ha letto almeno un libro nell’ultimo anno è scesa al 57,1%, un dato in lieve ma costante calo rispetto al 59,4% del 2015. Se a ciò si aggiungono i “non lettori” che hanno abbandonato l’abitudine (quasi 5,7 milioni di persone), il quadro che emerge è quello di un Paese che fatica a consolidare la lettura come pratica culturale radicata.

Profilo del lettore: donne e giovani, ma con eccezioni

L’indagine dipinge un identikit ben preciso del lettore medio italiano. La lettura è un’attività che vede una spiccata prevalenza femminile: leggono il 62,6% delle donne contro il 51,2% degli uomini, un divario che si amplia fino a oltre 17 punti percentuali nella fascia di età 45-54 anni. La geografia dell’abitudine è altrettanto eloquente: al Nord e al Centro la lettura supera il 60%, mentre al Sud si ferma al 47%, evidenziando un divario territoriale profondo.

L’età, tuttavia, gioca un ruolo ambiguo. Se è vero che tra i giovanissimi (11-14 anni) si registra il picco di lettori (78,9%), è altrettanto vero che la percentuale di chi dichiara di “non leggere per noia o disinteresse” è massima proprio in questa fascia (oltre il 52%). Un paradosso che segnala come, per molti, la lettura sia un’attività legata all’obbligo scolastico più che a un piacere personale. Con l’avanzare dell’età, se da un lato il numero di lettori diminuisce drasticamente (solo il 37,5% tra gli over 75), dall’altro tra chi legge aumenta la frequenza quotidiana, segno che la lettura, una volta radicata, tende a consolidarsi come abitudine.

I “forti” lettori e il peso delle disuguaglianze sociali

Un dato che preoccupa è la struttura stessa del pubblico dei lettori. La maggior parte rientra nella categoria dei “lettori deboli”, con 1-3 libri all’anno (42,8%). Solo un piccolo zoccolo duro, il 3,2%, supera i 30 volumi annui. Le motivazioni che spingono alla lettura sono prevalentemente legate al piacere personale (66,3%), ma le ragioni che portano a non leggere sono rivelatrici di un disagio sociale più ampio.

Oltre alla “mancanza di tempo” (26,3%) e alla “noia” (35,0%), il dato più allarmante è la correlazione tra lettura e status socio-economico. Il titolo di studio e il reddito sono i fattori che più di ogni altro determinano l’abitudine alla lettura: i laureati leggono tre volte più di chi ha la licenza elementare, e il tasso di lettura passa dal 43,9% nelle famiglie più povere al 72,5% in quelle più agiate. Questo dato trasforma la lettura non solo in un indicatore culturale, ma in un marcatore di disuguaglianza sociale. Come sottolineato dall’analisi, i problemi di salute e la vista sono un ostacolo per gli anziani, ma la piaga più profonda rimane la mancanza di stimoli e la povertà educativa, che affondano le radici nelle fasce giovanili e si acuiscono al Sud.

La prelettura: un’opportunità da non sprecare

Il dato sulla “prelettura” rappresenta una speranza. Più della metà dei bambini da 0 a 5 anni (51,9%) legge o sfoglia libri ogni giorno, con un picco al Centro (59,6%). Un ruolo chiave è giocato dalla madre (39,3%), ma il dato conferma che le disuguaglianze si manifestano presto: il 56% dei bambini in famiglie con alto titolo di studio fa lettura quotidiana, contro il 43,7% delle famiglie con basso titolo di studio. Investire su questi primi anni di vita appare la strada più efficace per invertire la tendenza e costruire i lettori di domani.

Mentre la lettura di libri arretra, la frequentazione delle biblioteche tiene. Secondo l’Indagine “Aspetti della vita quotidiana” del 2025, il 14,9% delle persone di sei anni e più si è recato in una biblioteca almeno una volta, un dato che si mantiene sostanzialmente stabile rispetto a dieci anni fa (15,1%). Dopo il crollo pandemico del 2021 (7,4%), il ritorno alla normalità ha restituito alle biblioteche il loro ruolo di presidio culturale, specialmente per i più giovani.


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