Le ex aree militari diventeranno abitazioni per i sanitari che non trovano casa

Investire nelle ex militari e demaniali per trasformarle in abitazioni per i sanitari che non riescono a trovare casa e, più in generale, convertendole in nuova edilizia sociale. È questo il piano annunciato dal sindaco Matteo Lepore all’apertura del Festival della Scienza medica, inaugurato questa mattina – venerdì 15 maggio – a Bologna.
A confermare il progetto ci ha pensato anche il governatore Michele de Pacale, intercettato dall’agenzia Dire a margine dell’inaugurazione del primo ospedale di comunità a Bologna. Si tratta di un progetto ambizioso e che, almeno in parte, verrebbe incontro alle tante critiche che le amministrazioni hanno ricevuto sulla gestione delle aree demaniali, spesso in disuso e in condizioni di abbandono.
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“C’è un investimento molto importante – dice de Pascale – che stiamo definendo e che è già molto ben circostanziato con l’Agenzia del Demanio sull’ex Staveco, che riguarderà in quel caso l’edilizia sanitaria per ambulatori e strutture sanitarie, principalmente per il Rizzoli”. In generale, continua il governatore, “stiamo lavorando con diversi soggetti dello Stato, non solo con il Demanio, perché è evidente che dentro l’operazione di rigenerazione di spazi importanti come le ex caserme e gli spazi abbandonati della città di Bologna, vorremmo che una quota significativa andasse all’edilizia residenziale e sociale vincolata per i professionisti del comparto sanitario”.
“La volontà della Regione è ferma – continua il governatore -. Vorremmo che una delle identità della rigenerazione urbana di Bologna fosse l’edilizia residenziale e sociale, questo è un obiettivo che condividiamo con il sindaco Lepore. E dentro l’edilizia residenziale e sociale, il tema delle professioni di cura è fondamentale”.
De Pascale poi rilancia: peraltro, dice, “lo Stato potrebbe cogliere l’opportunità per fare lo stesso con le Forze dell’ordine. Ci sono due comparti, quello della sicurezza e quello della cura e della salute, dove oggi l’emergenza abitativa è forte e sono professioni essenziali, senza le quali una città non può vivere e che necessitano spesso anche di vivere in prossimità rispetto ai servizi: un infermiere che abita troppo lontano dalla struttura sanitaria in cui lavora conduce una vita impossibile. Con i turni e la reperibilità, ha bisogno di vivere in prossimità”.
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