Lavoro in Calabria: 21 morti in dodici mesi e la sicurezza che resta una… promessa
La Calabria si prepara a celebrare la festa dei lavoratori mentre si svuota di giovani e di speranze. Il primo maggio al Sud è ridotta, ormai, a una liturgia ridotta a una narrazione raffinata e didascalica, fondata su un modello convenzionale. Una ricorrenza che fiorisce in mezzo a un orizzonte livido di rabbia e di dolore in una terra di conflitti e sofferenze. Il lavoro, che un tempo non era solo una scelta ideologica o morale ma un diritto sacrosanto e necessario per sopravvivere, oggi è ridotto a un privilegio tra salari bassi e una sicurezza che resta una promessa più che una realtà. Perché qui il lavoro, troppo spesso, continua a uccidere. Non esiste un luogo davvero sicuro. I cantieri, le campagne, le strade: non esiste un luogo davvero protetto. Operai che cadono da impalcature instabili, manovali sepolti da strutture che cedono all’improvviso, agricoltori schiacciati da trattori. E poi gli incidenti in itinere, lungo il tragitto che separa casa e lavoro. Sono padri e madri di famiglia che lasciano le loro abitazioni all’alba per andare a guadagnarsi la pagnotta. Nessuno di loro però immagina che quel viaggio si rivelerà senza ritorno. E senza speranze per i propri cari. Ed è così che quell’occupazione sognata, cercata, inseguita, diventa maledetta. La mappa del rischio è diffusa e, purtroppo, quotidiana, nonostante le campagne di prevenzione e di formazione.
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