Economia

L’allarme dei sindacati per l’ex Ilva: “Fondi finiti, si muova il governo”

ROMA – Non ci sono più risorse, dal governo ci aspettiamo rispetto anche sulla mancanza di mezzi finanziari per proseguire l’attività a Taranto». I sindacati metalmeccanici, il giorno dopo l’avvio della procedura di licenziamento dei primi 2.500 addetti delle imprese dell’indotto dell’area a caldo dell’ex Ilva, lanciano un nuovo allarme: a inizio ottobre — anche ipotizzando esiti positivi dei ricorsi presentati alla Corte d’Appello sulla decisione di luglio che impone lo stop agli altoforni al 28 ottobre — non ci saranno le condizioni per continuare a produrre. Oltre alla mancanza della disponibilità di materie prime, che si stanno già riducendo, non ci sarebbero fondi «per far marciare gli impianti residui, pagare stipendi e fornitori e anticipare la cassa integrazione».

Fim, Fiom, Uilm e Usb ricordano che nell’ambito del plafond da 390 milioni approvato dall’Unione Europea come prestito ponte in attesa della cessione delle Acciaierie d’Italia, il governo ha autorizzato già tre tranche: una da 149 milioni e altre due da 100. I soldi sono quasi finiti. Situazione di cui chiederanno conto martedì nell’incontro a Palazzo Chigi, cercando impegni del governo a livello finanziario. La procedura di vendita non si è conclusa e la vicenda non si chiuderà in fretta. Mercoledì, invece, ci sarà l’udienza legata alla richiesta di sospensiva della decisione di chiudere l’area a caldo da parte del tribunale di Milano.

«Le aziende ritirino i licenziamenti, in attesa dell’incontro di martedì e degli impegni del governo», dice Luigi Bennardi della Uilm. Biagio Prisciano (Fim) definisce l’indotto «l’anello più debole della catena» e Francesco Rizzo (Usb) parla di «escalation sociale complicata da gestire». Francesco Brigati (Fiom) è preoccupato «per il rischio chiusura causa difficoltà finanziarie». E poi attacca l’esecutivo: «Quello che sta accadendo è frutto di un’assenza di risposte del governo in merito alla prospettiva».

Il ministro delle Imprese Adolfo Urso ribalta la lettura: «C’è stato un intervento dei giudici che impone la chiusura dell’area a caldo. Attendiamo l’esito dei ricorsi». Se fosse negativo «l’area a caldo dovrà essere chiusa entro il 28 ottobre», aggiunge. Sulla situazione di Taranto «lavoreremo insieme a enti locali e imprese dell’indotto per limitare l’impatto sociale e produttivo e delineare un rilancio — aggiunge Urso — auspicando che la gara internazionale in corso dia risultati».


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