Società

La scuola del verdetto: perché la restaurazione di Valditara cancella il futuro. Lettera

Inviata da Riccardo Festa – C’è un momento preciso, tra l’ultimo collegio dei docenti dell’anno scolastico e il primo del nuovo anno, in cui capisci che la scuola in cui hai scelto di lavorare sta per essere sostituita da un’altra cosa, un surrogato efficientista che parla la lingua del mercato e indossa l’abito buono della severità nostalgica.

Succede quando le parole d’ordine del Ministero – merito, filiera, prontezza, sanzione – iniziano a scivolare tra i banchi dell’aula insegnanti, trasformando noi docenti da mediatori culturali a burocrati del comportamento. È esattamente da questo cortocircuito che nasce la necessità di questo spazio di riflessione, che non a caso ho voluto chiamare “Fuori registro”.

Vivere fuori registro significa oggi rifiutare la narrazione di una scuola che si piega alle logiche aziendali, significa rivendicare il diritto alla lentezza, all’inclusione e, sì, all’errore: elementi che l’attuale impianto normativo guidato da Giuseppe Valditara sembra voler eradicare programmaticamente.

La sensazione più netta, parlando con i colleghi e guardando i quadri orari modificati che ci troviamo a gestire, è quella di un imponente piano di ingegneria sociale che mira a spezzare l’ultimo vero ascensore sociale rimasto in questo Paese.

Lo si vede chiaramente nella tanto sbandierata riforma del “4+2” per l’istruzione tecnico-professionale: un’operazione che, dietro la retorica della modernizzazione e del pragmatismo, nasconde un impoverimento culturale strutturale.

Tagliare un intero anno di scuola superiore e sforbiciare le ore di italiano, storia e matematica proprio al quinto anno, sostituendole con l’addestramento precoce in azienda o appaltando la didattica diretta a esperti esterni privi di qualsiasi coordinamento pedagogico, significa istituzionalizzare una scuola a due velocità.

Da una parte i licei per le classi dirigenti, dall’altra una corsia preferenziale e abbreviata per sfornare “capitale umano spendibile domani mattina” a uso e consumo delle imprese locali, cristallizzando le disuguaglianze di nascita invece di rimuoverle, come ci chiederebbe l’articolo 3 della Costituzione.

Questa stessa ossessione per la catalogazione e la selezione precoce si riflette nella restaurazione dei giudizi sintetici alla primaria, dove l’introduzione di etichette trancianti come “Sufficiente” o “Insufficiente” non è una semplificazione per le famiglie, ma un camuffamento del voto in decimi che sposta l’asse della didattica sulla performance e sulla competizione, inoculando l’ansia da prestazione fin dall’infanzia.

Un bambino di sette anni non impara per essere catalogato su una griglia ministeriale, ma per evolvere all’interno di una comunità di apprendimento; appiattire la complessità della sua crescita su un aggettivo sanzionatorio significa confondere la valutazione con il verdetto.

Ed è proprio questa visione muscolare ed escludente a legare la didattica alla gestione della disciplina, dove la riforma del voto in condotta e lo stravolgimento delle sospensioni riducono i Consigli di classe ad aule di tribunale.

Obbligare un ragazzo con sei in condotta a redigere una tesina riparatoria sulla cittadinanza o mandarlo a svolgere attività solidali come se stesse scontando una pena detentiva significa svuotare di senso l’Educazione Civica, trasformandola da pratica quotidiana di democrazia a strumento punitivo.

Il Ministero confonde sistematicamente l’autorevolezza, che noi insegnanti costruiamo ogni giorno in classe attraverso la fatica della relazione e dell’ascolto, con l’autoritarismo burocratico del controllo.

Nel frattempo, mentre la struttura salariale della scuola italiana resta tra le più basse d’Europa e un quarto del personale vive nell’incertezza cronica del precariato, il governo risponde finanziando figure frammentarie come i docenti tutor e orientatori attraverso bonus una tantum, polverizzando l’unità del corpo docente e sacrificando la continuità didattica sull’altare della propaganda.

Noi non difendiamo lo status quo di una scuola priva di problemi, perché sappiamo bene quanto la dispersione e l’isolamento giovanile siano piaghe aperte; ma la risposta non può essere il restauro nostalgico degli anni Cinquanta o la svendita del curricolo pubblico.

La scuola di cui abbiamo bisogno mette al centro il tempo pieno, l’elevamento dell’obbligo scolastico, la dignità del lavoro docente e una valutazione che aiuti a sollevarsi chi cade, invece di certificare chi è già destinato a restare indietro.

Finché l’obiettivo resterà quello di selezionare i “meritevoli” in base al codice postale, continueremo a scrivere e a insegnare fuori registro, convinti che l’aula debba rimanere un luogo di emancipazione e mai di addomesticamento.


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