Lazio

La prima chiamata, l’ospedale, poi il massacro. Gli ultimi istanti, Infine, la tragedia all’Alessandrino

Tutto si consuma nello spazio breve e spietato di dodici ore. Un arco temporale in cui il destino di un’abitazione al primo piano di via del Grano, nel cuore dell’Alessandrino alla periferia est di Roma, passa da un segnale di soccorso surreale a un mattatoio domestico.

La prima fermata di questa tragica sequenza scatta alle nove di sabato sera. Un sedicenne compone il numero unico di emergenza con il fiato corto: «Servono i soccorsi, mia madre vuole obbligarmi a bere birra».

Gli operatori del 112 intuiscono che dietro la scusa strampalata c’è una tensione strisciante e dirottano l’ambulanza dell’Ares 118 in zona.

Il personale sanitario ascolta la madre, la cinquantenne Gloria A., che liquida la vicenda come una scaramuccia o un’invenzione del figlio.

La decisione è quella di accompagnare il ragazzo all’ospedale pediatrico Bambino Gesù per una valutazione. Sembra l’inizio di un percorso di protezione, e invece è solo l’anticamera del dramma.

Dal pronto soccorso alla furia cieca

La domenica mattina la donna si reca in ospedale e firma la liberatoria per riportare il ragazzo a casa. Una scelta quotidiana, dettata da quella protezione materna che l’aveva vista crescere da sola quel figlio dopo la scomparsa del marito nel 2012. Ma la tranquillità dura pochissimo.

Alle 14.30 di domenica è di nuovo il sedicenne a prendere in mano il telefono. Questa volta non ci sono scuse o storie inventate: «Ho picchiato mia madre, è immobile a terra».

Quando i sanitari del 118 ed i poliziotti della Squadra Mobile guidati da Roberto Pititto sfondano la porta, si trovano davanti a una scena devastante.

Gloria A. giace a terra in fin di vita, massacrata a mani nude. Trasportata d’urgenza in codice rosso al Policlinico di Tor Vergata, spirerà poche ore dopo. Il referto medico parla chiaro: politraumi devastanti.

Foto Lapresse

Le ombre del condominio e il cortocircuito istituzionale

Nei corridoi dello stabile regna l’incredulità. Sui social la vittima postava le foto del figlio da bambino chiamandolo «il mio bambolotto», mentre i vicini la ricordano come una donna instancabile, divisa tra i lavori da badante e da dog sitter.

Nessun urlo sentito negli anni, nessuna lite clamorosa, nessuna denuncia depositata per maltrattamenti o richieste d’aiuto inoltrate ai servizi sociali del Municipio. Un isolamento totale esploso all’improvviso.

Ora la Procura per i Minorenni ed i poliziotti cercano di ricomporre i pezzi del puzzle:

I verbali e i nastri del 112: Gli inquirenti acquisiranno i registrati delle due chiamate al numero di emergenza e le schede cliniche del ricovero notturno per capire se la furia del ragazzo sia stata innescata da un senso di vendetta per l’intervento dei medici la sera precedente.

L’iter giudiziario: Fermato subito dopo il delitto, il sedicenne è stato scortato prima al reparto di Psichiatria del Policlinico Umberto I per gli accertamenti del caso e poi condotto al Centro di accoglienza minorile di via Virginia Agnelli, nel quartiere Portuense. L’accusa formale è di omicidio volontario, in attesa dell’udienza di convalida davanti al GIP.

Resta l’amaro in bocca per una Tragedia annunciata nei dettagli, ma rimasta invisibile fino a quando i sigilli della Polizia non sono comparsi sulla porta di via del Grano.

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