Quando ho saputo della sostituzione di Ranucci, ho sentito che una reazione era necessaria
di Carmelo Pennisi
La notizia dell’allontanamento di Sigfrido Ranucci da Report era già nell’aria da diversi giorni, ma fintanto che mancava la conferma definitiva si aveva l’illusione che quel meccanismo diabolico messo in moto dagli illiberali dell’informazione non potesse arrivare a tanto: punire una persona che, allo stato dei fatti accertati ad oggi dalla Magistratura, è parte lesa di un reato.
Ma ci si sbagliava perché, evidentemente, Report rappresenta un pericolo troppo elevato per chi ne ha auspicato e favorito la fine. Sono state settimane in cui il defenestramento di Ranucci è stato prima ventilato come una possibile eventualità, poi ritenuto via via sempre più probabile, fino a farlo apparire come una necessità: un susseguirsi di ballon d’essai per testare a mano a mano le reazioni dell’opposizione e dell’opinione pubblica. A parte la netta presa di posizione de Il Fatto Quotidiano, le atre reazioni, ahimè, sono state blande e comunque non in grado di far desistere i vertici Rai dal prendere quella decisione che, anche dal punto di vista aziendalistico, va in direzione opposta alla tutela e alla credibilità del programma.
Nell’indifferenza dei più si è, quindi, consumato l’ennesimo delitto contro la libera informazione, perché Ranucci non è solo conduttore, autore e cronista di Report, è il frontman di una squadra di giornalisti d’inchiesta che incarnano l’essenza del giornalismo: l’informazione libera e indipendente. E ciò tanto più nell’ambito del servizio pubblico ontologicamente proiettato a rendere effettivo il diritto ad essere informati dei cittadini con l’imprescindibile garanzia dell’indipendenza, senza condizionamenti e subordinazioni al potere politico, come ribadito e imposto anche dal recente Regolamento europeo sulla libertà dei media (Regolamento UE 2024/1083).
Viviamo l’ossimoro di una società individualista in cui i corpi sociali intermedi (partiti, sindacati, associazioni, ecc.), un tempo fulcro della partecipazione collettiva, sono in via di disgregazione, condannando l’individuo all’irrilevanza politica. Ma la democrazia o è partecipazione o non è e ciascuno è chiamato ad agire politicamente secondo le proprie capacità e possibilità.
Nel momento in cui la sostituzione di Ranucci alla conduzione di Report è stata ufficializzata ho avuto la sensazione che qualcosa di profondamente ingiusto si stesse consumando e che una reazione era necessaria: ho acquistato uno degli ultimi biglietti rimasti dello spettacolo “Diario di un trapezista” che sarebbe andato in scena il giorno dopo ad Agrigento e via in macchina per 200 chilometri, letteralmente di fuoco per via del caldo torrido dell’entroterra siciliano. Sentivo la necessità di portare solidarietà e vicinanza a Ranucci, ma era anche il mio modo di protestare per l’offesa alla libertà di stampa di noi tutti. Cito la mia esperienza e di ciò mi scuso, non come auto-celebrazione ma come un esempio di azioni possibili per renderci un po’ più attori e meno comparse (se non meri spettatori) della Democrazia.
Non sarà certamente una novità di oggi, ma è sempre bene ricordare che al potere dà fastidio quell’informazione il cui principale obiettivo è rendere trasparente l’amministrazione e il governo di un paese. Ma in democrazia il potere è sempre delegato e il sistema può funzionare solo se al delegante viene garantita la possibilità di conoscere come e con quali risultati viene esercitato il potere e ciò può realizzarsi solo con un’informazione libera e indipendente.
Il potere ha affondato il colpo e, in mancanza di un’efficace reazione dal basso da parte di un’opinione pubblica spesso attenta alle mille vanità quotidiane, ma sempre più distratta sul tema dei diritti e delle libertà fondamentali, non resta che confidare in quella Magistratura che il grande popolo del No al referendum costituzionale dello scorso marzo ha contribuito a mantenere indipendente: che possa rilevare l’ingiustizia e porvi rimedio a tutela del bene supremo della libera espressione del pensiero.
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