La pianificazione non è una trattativa economica

La delibera sulla monetizzazione degli standard urbanistici che il consiglio comunale si appresta ad approvare, sarebbe la prova definitiva che, a Pescara, il Piano regolatore starebbe perdendo la sua funzione d guida dello sviluppo urbano, con deroghe e, appunto, monetizzazioni, che finirebbero per agevolare l’iniziativa privata e la rendita edilizia.
Un vero capovolgimento di ruoli e competenze per cui non sarebbe più l’amministrazione a governare direttamente le trasformazioni della città con il privato nel ruolo di proponente degli interventi. Privato che si limiterebbe a rendere possibile ciò che chiede attraverso il pagamento di una somma in sostituzione degli spazi pubblici che sarebbero dovuti alla popolazione.
A denunciarlo è la presidente dell’associazione Radici in Comune, Simona Barba, secondo cui questo modo di agire si traduce nel trasformare la pianificazione urbanistica in una trattativa economica, a discapito di verde, parcheggi, servizi, vivibilità e interesse collettivo. Barba che replica anche all’assessore Croce chiedendo di smettere di aggrapparsi a tecnicismi non sufficienti a giustificarla quella delibera. “Il problema è politico, ambientale e sociale”, afferma.
“Non è un caso che la nostra città sia sempre più incastrata, ostaggio dell’isola di calore, senza verde, marciapiedi e parcheggi. È una vera e propria urbanistica messa a testa in giù”, dichiara ancora Barba.
Con il “sì” a quella delibera per Barba si renderebbe la monetizzazioni degli standard urbanistici in una regola ordinaria quando invece “è, per sua natura, un rimedio eccezionale: dovrebbe intervenire soltanto quando sia realmente impossibile reperire le aree necessarie per parcheggi, verde pubblico, servizi e altre dotazioni collettive su un intervento ritenuto comunque strategico per la città. Non è dovuto”.
“Il privato incalza – non ha un diritto a costruire in assoluto, senza garantire applicazione delle regole e gli standard urbanistici. Se un intervento aumenta il carico urbanistico,cioè il suo peso sulla città in termini di abitanti, deve assicurare alla città le aree e i servizi necessari a compensarlo. La monetizzazione può eventualmente essere ammessa dal Comune, ma soltanto a fronte di una verifica puntuale, di una forte motivazione trasparente e dell’individuazione avvenuta già delle aree alternative da acquisire”.
“Quanto vale l’aria? Quano vale la salute, quanto vale la vivibilità di un quartiere? Queste sono le domande alle quali dovrebbe rispondere l’amministrazione nel momento in cui deroga agli standard e chiede denaro in cambio. Perché questo vuol dire in fondo monetizzare: prezzare quanto vale la salute mancata della città”, afferma ancora la presidente di Radici in Comune.
Il Comune non può limitarsi a quantificare
“L’assessore all’Urbanistica sostiene che il Comune si limiterebbe ad applicare la legge regionale e a quantificare l’importo della monetizzazione. È una rappresentazione riduttiva e profondamente sbagliata del ruolo di un’amministrazione comunale”, afferma quindi replicando all’assessore Claudio Croce.
“Il Comune non è un ufficio di riscossione né un semplice certificatore degli interessi privati. Ha il dovere di governare le trasformazioni urbane, di difendere l’equilibrio tra nuova edificazione e servizi, di valutare il grado di saturazione dei quartieri e di programmare gli spazi pubblici necessari alla comunità. Se si è raggiunta la saturazione, semplicemente non si può procedere”. Per Barba “prima di fissare il prezzo”, il Comune dovrebbe rispondere a queste domande: quali e quanti standard urbanistici vengono sottratti all’intervento? Dove saranno reperite le aree sostitutive? Sono vicine al luogo nel quale si produce il nuovo carico urbanistico, o quanto sono lontane? Quanto tempo i bambini e le bambini impiegheranno ad arrivare al “loro” parco, di diritto?Quanto costano realmente quelle aree individuate? In quale capitolo di bilancio saranno vincolate le somme incassate? Quali parcheggi, aree verdi, spazi pubblici o servizi saranno effettivamente realizzati? Entro quali tempi?”.
“Senza queste risposte, la monetizzazione diventa un semplice prezzo da pagare per costruire di più e più vicino, senza garantire alla città le necessarie compensazioni per la perdita di vivibiltà. Perché dobbiamo ricordare – prosegue – che ogni monetizzazione è la certificazione timbrata di una perdita secca per la collettività”.
Gli standard non sono una tassa libera
“Dire che le somme saranno comunque utilizzate ‘per la città e per i pescaresi’ non è sufficiente – ribatte ancora -. Gli standard urbanistici non sono una tassa generica, né una risorsa indistinta da utilizzare per qualunque intervento pubblico”.
“Le somme derivanti dalla mancata cessione di aree devono mantenere un legame diretto con la loro funzione urbanistica: acquisire aree equivalenti, realizzare o riqualificare gli standard e garantire dotazioni pubbliche effettive. In altre parole, devono compensare concretamente il carico urbanistico generato dall’intervento privato”.
“Un parco, una pineta, una manutenzione urbana o un’opera pubblica possono avere un valore importante per la città, ma non possono essere usati come argomento generico per cancellare la domanda essenziale: dove sono gli standard che avrebbero dovuto essere ceduti con quella specifica trasformazione urbanistica?”.
“Il denaro non crea automaticamente verde, parcheggi, scuole o spazi pubblici – denuncia Barba -. Li crea soltanto una programmazione pubblica seria, con aree individuate, risorse vincolate, progetti, tempi e atti verificabili”.
La città non può essere governata dal mercato
“Il problema non è soltanto tecnico. Basta nascondersi dietro i cosiddetti ‘tecnicismi’ senza mai dire la verità alle persone. Il problema è politico, ambientale e sociale”, denuncia ancora. “A Pescara si sta affermando un modello nel quale il piano regolatore non guida più lo sviluppo urbano, ma viene progressivamente svuotato attraverso le deroghe, le monetizzazioni e i vari meccanismi che rendono più facile l’iniziativa privata. L’amministrazione, anziché scrivere e far rispettare le regole nell’interesse generale, sembra rassegnarsi ad accettare le richieste della rendita edilizia. Così si capovolgono i ruoli”.
“Non è più il Comune a decidere che cosa serve ai quartieri, quali spazi verdi tutelare, dove realizzare parcheggi e servizi, quali aree preservare dalla densificazione e come distribuire in modo equilibrato il carico urbanistico. Diventa il privato a proporre l’intervento; e, se mancano le aree per gli standard, si fa accomodare il cliente e si chiede una cifra da pagare. Ma non siamo in un ristorante che cerca di esaudire i gusti dell’ospite, siamo in una Amministrazione che governa la città”.
“Questa non è pianificazione – chiosa Barba -. È la trasformazione dell’urbanistica in una trattativa economica. L’amministrazione comunale non può abdicare ai propri strumenti di piano, né presentare come inevitabile ciò che richiede invece una precisa scelta politica e una rigorosa valutazione urbanistica. Governare una città – conclud – significa tutelare l’interesse collettivo, non limitarsi a facilitare l’iniziativa privata. La nostra città non è il nuovo ristorante ‘Da Pescara’” .
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