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La “pasta al pomodoro” di Prada, il Mediterraneo di Armani, il mito della villeggiatura e la rivolta “anti-ricchi” di Simon Cracker: cosa resterà di questa Milano Men’s Fashion Week

La cosa più memorabile di questa Milano Fashion Week maschile appena conclusasi è stata, senza ombra di dubbio, il caldo. Un caldo torrido, asfissiante, che ha piegato persino le ferree regole dell’estetica meneghina, trasformando d’incanto il ventaglio nell’accessorio più cool e necessario, il vero gadget salvavita agli ingressi dei défilé. È stata la settimana in cui, forse per la prima volta nella storia degli eventi mondani, non abbiamo mai visto rifiutare calici di champagne o spritz in cambio di una semplice, provvidenziale bottiglietta d’acqua ghiacciata.

Questo clima implacabile ha restituito l’immagine di una Milano deserta e quasi surreale. Gli appuntamenti del weekend, in particolar modo le presentazioni statiche, hanno registrato un’affluenza ridotta ai minimi storici: l’afa ha scoraggiato addetti ai lavori, giornalisti e top client. Chi non era mosso da motivazioni lavorative inscalfibili ha preferito fuggire altrove, abbandonando l’asfalto rovente del quadrilatero per cercare frescura e refrigerio nelle località di mare o montagna. Gli unici determinati a sfidare il sole rovente sono stati i giovanissimi fan delle star coreane, idoli del K-Pop spesso sconosciuti ai più ma capaci di generare un magnetismo impressionante. Centinaia di ragazzine e ragazzini urlanti hanno sfidato domenica l’afa per ore, agitando cartelli colorati e gioiosi solo per salutare Han, rapper sudcoreano, star globale e nuovo ambassador di Tod’s, considerato tra gli artisti più influenti della sua generazione, e prima ancora Jaehyun da Prada. Una fuga collettiva verso orizzonti più freschi che ha dominato anche la narrazione creativa delle passerelle, riportando prepotentemente in auge quel concetto tanto caro al nostro immaginario sociologico: la villeggiatura.

Giorgio Armani: la poesia del Mediterraneo e le voci sul futuro

La fuga per eccellenza, la più poetica e sognante, è andata in scena nel cortile di Palazzo Orsini, dove Giorgio Armani ha chiuso il calendario con un inno visivo al Mediterraneo. È stata una sfilata dal fortissimo impatto emotivo, la prima condotta interamente sul palco dai suoi storici collaboratori: Leo Dell’Orco (per l’uomo) e Silvana Armani (che ha fatto sfilare a sorpresa anche la Cruise 2027 donna). Quando i due sono usciti a prendersi l’applauso finale, nel pubblico si è percepita un’ondata di tenerezza, un sospiro di sollievo collettivo per una transizione stilistica che sta avvenendo nel segno della grazia e del rispetto assoluto. La collezione è una poesia dedicata a Pantelleria, alle rotte commerciali, al vento che sbiadisce i colori della pietra e dell’oro opaco. In passerella sfilano giacche decostruite, sahariane, pantaloni fluidi e sete cangianti color cobalto e salvia. Il segreto di questa eleganza è l’impalpabilità, come ha spiegato un soddisfatto Dell’Orco: “Era tutto molto leggero. Coperto ma leggero”. La presenza del signor Armani, tuttavia, resta un’entità immanente in via Borgonuovo. “Lui c’è sempre. C’è comunque, indipendentemente“, hanno confessato i due stilisti, ammettendo con un sorriso velato di nostalgia: “Ci manca la sua capacità di criticare, avrebbe contestato un po’ le lunghezze”.

Eppure, dietro questa dimensione narrativa intatta, la macchina economica del Gruppo Armani deve affrontare il suo futuro. La transizione in atto ha inevitabilmente acceso i rumor del sistema moda. Proprio nei giorni della kermesse, i corridoi del fashion system mormoravano con insistenza di un imminente ingresso di Dario Vitale (fresco di uscita da Versace dopo una sola collezione ed ex anima di Miu Miu) alla guida creativa di Emporio Armani. A spegnere le voci — e a ribadire la solidità dell’attuale assetto — ci ha pensato lo stesso Leo Dell’Orco, smentendo categoricamente l’arrivo del designer campano. Il monumento costruito da Armani evolve, ma per ora resta saldamente nelle mani dei suoi eredi designati.

Il mito della villeggiatura e l’ottimismo di Tod’s

L’esodo del fine settimana e l’ispirazione mediterranea di Armani si ricollegano prepotentemente a quel concetto tanto caro al nostro immaginario sociologico: la villeggiatura. Non un semplice trend passeggero, ma un vero e proprio pilastro del lifestyle italiano, un asset immateriale che oggi i grandi brand monetizzano. Lo ha dimostrato Zegna, esportando a Los Angeles una collezione e un esclusivo club privato battezzati proprio “Oasi Zegna / Villeggiatura”. Lo ha ribadito Brunello Cucinelli, che l’essenza dell’estate l’ha fatta toccare con mano ai suoi top client portandoli in un viaggio esclusivo a Modica.

Ma a dare il maggior risalto a questo racconto dell’eccellenza vacanziera è stato Tod’s. Nello splendido scenario di Villa Necchi Campiglio, presidiata all’esterno da centinaia di ragazzine in attesa del testimonial coreano Han, il presidente Diego Della Valle ha tracciato un bilancio all’insegna del puro ottimismo: “Abbiamo visto diverse crisi, da anni vanno e vengono e tra dieci anni ne avremmo viste ancora altre due o tre”. Il patron del gruppo guarda con fiducia al futuro: “È un buon momento per l’Italia… se non smettiamo di far bene le cose che sappiamo fare, siamo nell’area più positiva possibile per le imprese italiane, perché nessuno può parlare di qualità come noi”. Questa superiorità si è tradotta materialmente nella collezione “The Italian Wardrobe” firmata da Matteo Tamburini. Ispirandosi a un progetto anni ’80 del fotografo Luigi Ghirri, Tamburini ha vestito i modelli con la Pashmy, un pellame esclusivo e morbido come una pashmina, nobilitando i grandi classici come il Bomber Brera e la Castello Jacket per un’eleganza borghese e senza tempo.

Dolce & Gabbana: un addio amaro tra i limoni di Sicilia?

Totalmente diverso il clima in casa Dolce & Gabbana. La sfilata “Vacanze Siciliane” al Metropol ha riportato in scena i codici fondativi del brand: il nero assoluto, i costumi in seta, le stampe a limoni, le lavorazioni crochet. Eppure, l’attenzione si è spostata inesorabilmente dall’estetica all’economia. C’è tanta, troppa malinconia nello sguardo di Stefano Gabbana durante l’uscita finale. Si è esibito in un doppio inchino al pubblico, fermandosi poi a contemplare la passerella vuota davanti a sé, con un’espressione che ci è parsa quella di un addio. Tra lui e Domenico Dolce non c’è stato alcun incrocio di sguardi; quest’ultimo ha fatto un saluto rapido e nervoso per poi sparire nel backstage. Manca la solita intesa.

Il contesto aziendale, d’altronde, è in fortissima mutazione. Con l’ingresso del super manager Stefano Cantino (nominato co-CEO) chiamato a risanare i conti di un’azienda da 6000 dipendenti, le dinamiche interne sono state stravolte. Pesa come un macigno l’indiscrezione lanciata da Bloomberg proprio nei giorni della fashion week: il marchio sarebbe in procinto di cedere parte dei propri immobili per rifinanziare un debito da 450 milioni di euro. Cantino prova a rassicurare, parlando di un “nuovo capitolo di business” e ribadendo che “Dolce e Gabbana sono i proprietari ed entrambi sono fortemente coinvolti”, ma qualcosa di imponente bolle in pentola. Non resta che stare a vedere.

Prada: la “pasta al pomodoro” da 3 Stelle Michelin

Mentre gli altri brand si affannano a vendere un immaginario intangibile o lottano con i bilanci, Prada viaggia su un binario a sé stante, forte di conti inossidabili. Miuccia Prada e Raf Simons scelgono il pragmatismo assoluto: si torna al prodotto. In passerella sfila la semplicità estrema: un paio di jeans, una giacca in denim, una camicia, un completo sartoriale. La metafora perfetta è quella culinaria: è come la pasta al pomodoro, dice Raf Simons. Sì, ma – aggiungiamo noi – nella versione del celebre pacchero al pomodoro del ristorante Da Vittorio. Sembra un piatto banale, ma l’esecuzione è da 3 Stelle Michelin (esattamente come il prezzo).

Le parole di Miuccia Prada nel backstage suonano come un manifesto contro le derive del sistema: “Non c’è nulla di più detestabile in questo periodo del design inutile. La moda oggi è dominata da forme esasperate, costruzioni elaborate e complicazioni continue. Questa collezione nasce proprio dalla sensazione di voler prendere le distanze da tutto ciò”. La silhouette diventa asciutta, maniacale, esaltando il denim come tela universale. Gli outfit si spogliano del superfluo: pouch bag agganciate direttamente ai passanti e scarpe coi lacci a strappo, come quelle dei bambini. “L’ambizione era quella di creare qualcosa di nuovo che, partendo dal ‘nulla’, si ponesse in contrapposizione con l’esagerazione“, ribadiscono i designer. Un lusso che si finge ordinario per risultare, in realtà, puramente intellettuale ed esclusivo.

Simon Cracker: la rivolta “anti-ricchi” per chi non ha i soldi

Se i brand del lusso hanno celebrato la ricchezza delle coste esclusive, Simon Cracker si è imposto come la nemesi perfetta, il volto ruvido e orgogliosamente “anti-ricchi” di questa fashion week. Lungi dalle crociere dorate e dai lidi con ombrellone e lettino, Simone Botte, fondatore e direttore creativo del marchio, ha portato in scena il fastidio e la scomodità dell’estate della working class, quella di chi le ferie non se le può permettere o le passa accampato nelle spiagge libere. “Oggi va bene raccontare delle favole perché la realtà è terribile, però non bisogna raccontarle troppo in alto”, spiega Botte, che ha rifiutato i modelli professionisti per far sfilare amici e giornalisti (tra cui Antonio Mancinelli e Giulia Martinelli). La sua è una dichiarazione di intenti sia sociale che economica, che si contrappone violentemente all’idea di villeggiatura patinata: “L’estate è più fastidiosa per chi non ha i soldi… Una volta i vestiti erano fatti per le persone, non capisco perché adesso si sia creata questa distanza e quindi ho voluto raccontare una favola di strada, non lontana dalle persone, cui mi sono avvicinato anche a livello di prezzi”. La collezione, realizzata interamente recuperando vecchi abiti da sposa anni ’80, lenzuola dismesse e scarti tessili, vanta prezzi accessibili e trasforma il disagio in una moda cruda, democratica e profondamente vera.

Thom Browne e il preppy entomologico

Tornato a sfilare a Milano dopo 16 anni, scegliendo la cornice neoclassica di Palazzo Serbelloni, Thom Browne ha unito l’estetica preppy della East Coast americana con l’immaginario del film Pixar A Bug’s Life. Fiori in seersucker, ricami a forma di formiche e libellule, giacche semi-foderate e le immancabili gonne. Forte del supporto del Gruppo Zegna (sotto cui il brand registra un’ottima tenuta nel canale retail diretto e ricavi trimestrali per 58,2 milioni di euro), Browne rivendica la sua precisa identità stilistica di fronte a un pubblico globale: “Metto gli uomini in gonna da venticinque anni… Voglio che si vedano le cose da una prospettiva differente”.

Il resto delle collezioni: sartorialità, denim ed evoluzioni

La geografia della settimana della moda si è completata con collezioni che hanno esplorato nuove rotte commerciali e declinazioni sartoriali di altissimo livello, tenendo sempre a mente il pragmatismo richiesto dai mercati. Con un fatturato in crescita organica superiore al 16% (circa 205 milioni di euro), Canali ha presentato la prima collezione del nuovo direttore creativo Alessio Lillocci. Ispirata alla Via delle Spezie, la linea viaggia dall’Indonesia alle coste dell’Africa orientale fino alla Sicilia, assecondando la ferrea regola dettata dal CEO Stefani Canali: “Oggi paga la coerenza: avere un approccio credibile e autentico, con un punto prezzo adeguato”.

Il discorso sulla qualità tangibile e sul lusso da vivere quotidianamente ha trovato sponda nei lavori di Marco Baldassari per i 20 anni di Eleventy. La sua doppia capsule ha saputo equilibrare il rigore informale del denim (“The Indigo Blue”) con capi tecnici votati al benessere e alla cura di sé (“Active Moments”), partendo dal presupposto che “il design debba andare oltre l’estetica, diventando uno strumento capace di accompagnare le persone”. Una filosofia materica abbracciata anche da Moorer, che ha esaltato la versatilità e la fluidità del cotone Sea Island, della seta e del lino in giacche reversibili e spolverini fluidi dai toni pastello, pensati per un uomo sempre in movimento.

La celebrazione del savoir-faire manifatturiero italiano ha toccato vette d’eccellenza con Jacob Cohën, capace di innalzare il jeans a materia da alta sartoria in un set evocativo a forma di campo di grano al tramonto (“The JC Summer Harvest”). Le collaborazioni esclusive con colossi come Loro Piana e Zegna hanno dato vita a tessuti ibridi come il cashmere-lino, declinati in abiti doppiopetto e overshirt che rileggono l’eleganza contemporanea senza mai snaturare il DNA del brand.

La settimana si è arricchita infine di progettualità culturali e nomine destinate a cambiare gli equilibri futuri. Si è fatto notare in modo positivo il progetto “Nine To Six” di Veramonteforte, realizzato in stretta partnership con Reda e Camera Buyer Italia: una collezione unisex che rifiuta le logiche folli delle stagionalità tradizionali (il season-on-season) per riportare al centro il tempo della ricerca, la libertà di scelta e la tutela del patrimonio laniero biellese. A chiudere il cerchio delle novità, l’annuncio rivoluzionario in casa Moschino: il gruppo Aeffe ha nominato Loris Messina e Simone Rizzo (fondatori di Sunnei) come nuovi direttori creativi, con l’arduo ma affascinante compito di usare “il pop come strumento critico anziché come semplice estetica”. Il loro debutto ufficiale è fissato per il prossimo settembre.


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