“In caso di guerra non potranno riparare le navi”: l’allarme che scuote la Marina Usa
Uno studio della Rand, un think tank con sede a Washington strettamente legato alla Difesa e all’intelligence statunitense, ha determinato che le navi da guerra dell’U.S, Navy danneggiate in battaglia durante un conflitto con la Cina non potrebbero essere riparate rapidamente e rimesse in servizio.
Una simulazione di scontro diretto non solo per Taiwan
L’analisi della Rand si basa su un war game condotto nell’agosto del 2025: lo scenario era quello di un conflitto aperto con la Cina, con le navi statunitensi impegnate in una corsa contro il tempo per difendere Taiwan da un’invasione o da un blocco. Le navi in questione erano cacciatorpediniere di classe Arleigh Burke, la spina dorsale della flotta di superficie Usa.
Nel complesso scenario, per fortuna per ora solo simulato, la marina statunitense viene chiamata a profondersi in uno sforzo importante a molta distanza dalle sue basi navali principali in grado di effettuare importanti lavori di manutenzione, utilizzando per il contrasto alle azioni cinesi ogni nave possibile, comprese le unità leggermente danneggiate da riparare e rimettere immediatamente in servizio.
Tuttavia, si legge, “gli attuali sistemi della marina per la riparazione dei danni in battaglia sono gravati da una serie di inefficienze che ostacolano la capacità di rispondere a danni bellici diffusi”.
Gli analisti del think tank hanno inoltre sottolineato che “tentare riparazioni in un ambiente ostile nell’Indo-Pacifico sarà significativamente più complesso di quanto previsto dai piani attuali. Questa complessità crea seri rischi per la rapida rigenerazione delle forze e il dominio marittimo degli Stati Uniti e dei loro alleati”.
Situazione ben diversa dal lato cinese, con cantieri e basi molto vicine al campo di battaglia e con la possibilità di avere maggiore copertura aerea e missilistica. “La Cina non solo è più vicina, ma possiede anche una capacità di riparazione industriale significativamente superiore”, ha dichiarato a Defense News Bradley Martin, analista della Rand e coautore del rapporto.
Sebbene la simulazione si fosse concentrata solo sui cacciatorpediniere di classe Arleigh Burke, i problemi di riparazione riguarderebbero “tutte le classi di navi e, di fatto, potrebbero essere più accentuati nel caso di riparazioni a unità a propulsione nucleare. Le problematiche di accesso, vulnerabilità e capacità industriale si applicano a tutte le classi di navi”.
Il war game non si è concentrato sulle operazioni belliche in sé, ma sulla capacità di rimettere le navi in assetto di combattimento nell’immenso teatro del Pacifico occidentale senza dover necessariamente tornare sugli scali negli Stati Uniti, posti a migliaia di chilometri di distanza e a settimane di navigazione, considerando il viaggio di andata e ritorno. La simulazione ha riguardato quattro scenari in quattro aree geografiche diverse (Stretto della Malacca, Mar Cinese Meridionale, Mar delle Filippine, sbarco cinese a Taiwan) e i risultati sono stati sconfortanti: mancanza di coordinazione con gli alleati regionali, mancanza di standard di riparazione in tempo di guerra, lacune importanti riguardo l’ubicazione dei porti delle nazioni alleate e delle loro capacità e requisiti di accesso.
Inoltre, ancora Martin afferma che “Giappone, Australia e Corea del Sud in linea di principio si impegnano a supportare gli Usa per quanto riguarda le riparazioni, ma questo non può essere dato per scontato una volta che il livello della minaccia cinese comincia ad aumentare”.
Anche la disponibilità di pezzi di ricambio sufficienti ha rappresentato un problema, soprattutto per le navi più vecchie, inoltre navi della stessa classe possono essere significativamente diverse tra loro, pertanto alcuni componenti o sistemi critici di una nave potrebbero non essere compatibili con un’altra, generando ritardi o addirittura l’impossibilità di rientrare in servizio al massimo delle capacità operative.
I cantieri navali Usa non reggono il ritmo di quelli cinesi
Sono note le difficoltà dei cantieri navali statunitensi, a corto di manodopera specializzata e oberati di lavoro a causa delle politiche di chiusura degli scorsi decenni che ne hanno ridotto il numero: questo ha portato la U.S. Navy a vagliare la possibilità di affidarsi ai cantieri navali nipponici e sudcoreani per la costruzione di proprie unità navali nella corsa ad aumentare il numero complessivo di unità nella flotta, proprio in previsione di un eventuale confronto con la Cina che richiederebbe la superiorità navale nei confronti di una marina, quella cinese, che in questo momento storico è la più numerosa al mondo e soprattutto è supportata da cantieri navali che surclassano di un ordine di grandezza la produzione navale statunitense.
Pertanto, una guerra con la Cina comporterebbe quasi certamente che le navi Usa vengano colpite da qualsiasi tipo di arma, dai missili balistici “killer di portaerei” alle armi ipersoniche passando dai siluri e dai droni, e lo studio della Rand ritiene che la U.S. Navy subirebbe danni di una portata tale da essere secondi solo a quelli ricevuti durante la Seconda Guerra Mondiale.
Ci sono delle note positive: sebbene all’inizio della simulazione vi fossero significative lacune informative nel rapporto con gli alleati, una volta dispiegate le loro capacità la collaborazione è diventata per lo più fluida.
Lo studio raccomanda di semplificare la catena di comando e controllo per i lavori di riparazione, includendo accordi preliminari con le nazioni alleate in merito all’accesso alle strutture, ed esorta la U.S.
Navy ad ampliare le proprie capacità di riparazione mobile, includendo “squadre di riparazione schierabili, unità di valutazione trasportabili per via aerea e strutture di riparazione mobili scalabili dalle caratteristiche expeditionary.
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