La Fed di Warsh: i tre punti di rottura con l’era Powell

Si è assistito a una rivoluzione di velluto lo scorso 17 giugno in occasione della conferenza stampa di Kevin Warsh, il nuovo presidente della Federal Reserve statunitense (Fed). Con parole che rasentavano l’offesa cortese nei confronti del suo predecessore Jerome Powell – nonostante questi sia ancora membro del Consiglio dei governatori – ha implicitamente accusato la Fed di non aver lottato a sufficienza contro l’inflazione da cinque anni e più.
Nel frattempo, va detto, l’aumento dei prezzi ha ampiamente superato l’obiettivo ufficiale della Fed fissato al 2%. Dal giugno del 2021 si attesta infatti mediamente al 3,8% e non è mai scesa al di sotto del 2,6%. Eppure, il nuovo presidente, fedele alla sua posizione monetarista ortodossa, ha ribadito con forza che “l’inflazione è una scelta”. La responsabilità ricade quindi sulla Fed di ieri. Tutto deve cambiare. Tutto cambierà.
Prima svolta
La Fed si asterrà d’ora in poi dal guidare i mercati. Contrariamente all’approccio adottato dopo la crisi del 2008, quando i mercati – in preda a una crisi che non avevano previsto – apprezzavano la prevedibilità della politica monetaria, Warsh ritiene che la Fed debba ormai attingere ai segnali provenienti dai mercati piuttosto che il contrario. Ne consegue che il comunicato della banca centrale non delinea più un percorso implicito per la politica monetaria ma si limita rigorosamente all’esposizione dei fatti.
I mercati dovranno trarne le conseguenze: invece di anticipare sistematicamente la reazione della Fed di fronte a ogni dato macroeconomico, dovranno accettare di attendere che sia la Fed a esprimersi. Il mantra, in particolare, secondo cui “bad news is good news”, potrebbe perdere gran parte della sua rilevanza.
Seconda svolta significativa
Al centro degli sforzi campeggerà l’inflazione con il rischio di relegare in secondo piano l’altro aspetto del mandato della Fed, la piena occupazione. Nell’ultimo intervento è stata praticamente ignorata anche se con un tasso di disoccupazione al 4,3%, non si avverte certamente alcuna urgenza. Nel 2010 però, quando lo stesso sfiorava il 10%, Kevin Warsh già si distingueva per una posizione nettamente meno accomodante rispetto a quella dei suoi colleghi.
Ed è proprio per questo motivo che lasciò la Fed nel 2011, in contrasto con l’estensione delle politiche di acquisto di asset. Dopo aver lavorato in stretta collaborazione con Ben Bernanke durante la fase più acuta della crisi del 2008, ritenne che un’ulteriore espansione del bilancio non fosse necessaria e preferì manifestare il suo dissenso dimettendosi.
Questa intransigenza fa oggi da sfondo a una terza rottura
Nominato da Donald Trump, che apprezzava indubbiamente le critiche che aveva rivolto alle scelte operate da Jerome Powell – diventato un capro espiatorio del presidente – Warsh non intende inserirsi in una logica di continuità. Si presenta nelle vesti di un riformatore, o addirittura di un liquidatore di alcune pratiche ereditate, e avvia cinque grandi progetti: la comunicazione (fine della “forward guidance”); le dimensioni e la composizione del bilancio, che intende normalizzare; gli strumenti statistici ritenuti carenti; l’analisi delle dinamiche occupazionali e di produttività nell’era dell’intelligenza artificiale; infine, e soprattutto, il quadro dottrinale della lotta all’inflazione, in un contesto in cui negli ultimi anni si era parlato di un allentamento dell’obiettivo.
Nominando un anticonformista alla guida della Fed, Trump volta pagina rispetto a Powell, anche se sceglie una personalità dalle convinzioni nette, altrettanto disposta a stravolgere gli schemi consolidati. In un contesto in cui si rafforzano le aspettative di un aumento dei tassi, proprio mentre la Casa Bianca preferirebbe un allentamento monetario, si stanno creando le condizioni per un possibile scontro. Durante il primo mandato di Trump, la buona intesa con la Fed non era durata più di sei mesi. Con un presidente della Fed decisamente più intransigente, quanti giorni durerà lo stato di grazia?
*gestore di La Financière de l’Echiquier
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