Liguria

“La distanza è diventata un rifugio” – Lavocedigenova.it

Martedì 7 luglio Nico Arezzo sarà al Balena Festival di Genova. Se non lo conoscete ancora, avete ancora qualche giorno per rimediare. Se lo conoscete già, sapete perché vale la pena esserci.

Classe 1998, nato a Modica, cresciuto tra la Sicilia e Bologna, Nico Arezzo è uno di quegli artisti la cui storia personale e quella musicale si tengono così strettamente che è difficile raccontare una senza l’altra. Il progetto è la sua persona, dice lui. E la cosa interessante è che lo dice sul serio, non come formula.

Sono figlio di un pianista e di una ballerina”, comincia quando gli si chiede da dove viene tutto. “Ci sono stato dentro da sempre, e più passava il tempo più cercavo di conquistare spazio. A cinque anni lo spazio che potevo prendere era quello di raccoglitore di cavi, e paradossalmente era una cosa che mi piaceva parecchio”.

Raccoglitore di cavi a cinque anni. Da quel piccolo compito, Nico costruisce il racconto di come si diventa musicisti quando si nasce dentro la musica ma devi comunque guadagnarti il diritto di starci. Dall’ordine dei cavi è nata,  dice, “una forma di attenzione maniacale all’ordine sul palco che continuo a mantenere adesso”. Poi la batteria, perché serviva un batterista a suo padre. Poi la chitarra, perché serviva un chitarrista. Poi, a un certo punto, la voce: ”Ho capito che a livello musicale mi piaceva fare tutto, ma avevo pure una mezza intenzione, un po’ per gioco, di raccontarmi. E quindi poi è diventato voce”.

In mezzo c’è stata anche la tournée con Carmen Consoli come tecnico, un’esperienza che ha lasciato il segno, dice, perché “conosco i teatri, conosco ciò che sta dietro“. Sa cosa significa stare dietro le quinte, e sa cosa significa attraversarle. La differenza non è piccola.

Il primo album si chiama Non c’è mare. Il secondo, uscito a gennaio per Take Away Studios e distribuito da Artist First, si chiama Non c’è fretta. Nico sorride: “Mi piacciono i giochi di parole, le cose stupide e semplici”. Ma sotto sotto c’è un qualcosa di più preciso.

“‘Non c’è mare’ è la consapevolezza di essere lontano da casa, di vivere qualcosa di diverso, di avere nostalgia. È pieno di brani che raccontano la vita che si è andata a creare, uno zoom sulle piccole cose, anche i piccoli oggetti, come uno spazzolino che si porta a casa della fidanzata”.

Non c’è fretta’ è l’evoluzione. La distanza non è più un problema da risolvere, è diventata qualcosa da abitare: “La distanza diventa un rifugio, un pensiero positivo. Il tema principale diventa il tempo, la velocità che è richiesta dalla società”. Un disco che sposta lo sguardo, che trasforma la lentezza da limite in scelta.

È musica che mescola scrittura cantautorale, sperimentazione, elettronica e tradizione. Generi che in teoria non si parlano, e che invece qui convivono con naturalezza.

C’è un fil rouge che attraversa entrambi i dischi e che nel secondo è diventato più visibile: il dialetto siciliano. Nel primo album c’era solo un pezzo in siciliano, l’ultimo. Nico ha scoperto sul campo cosa significava portarlo in tour: “Quel pezzo lì, portandolo in tutta Italia, era quello che a fine concerto emozionava di più il pubblico. Pur non capendo nulla di quel dialetto”.

Quella scoperta ha cambiato qualcosa. Se nel primo disco la Sicilia era distanza e difficoltà, nel secondo è presenza. “Nel secondo album, in cui la Sicilia è una carezza e un rifugio più che una nostalgia, è molto più presente. Ci sono quattro-cinque pezzi in siciliano”.

Un popolo che mette il proprio dialetto nei dischi e scopre che funziona proprio là dove meno se lo aspettava, tra persone che quella lingua non l’hanno mai sentita o non la conoscono abbastanza da capirne il significato. È una delle cose che la musica sa fare meglio: portare un suono sconosciuto e farlo diventare familiare.

Il “MINCHIA CHE TOUR 2026” nei club ha rappresentato il momento in cui tutto si è consolidato. Il contatto diretto con il pubblico, l’energia dei locali, la sensazione che i brani trovassero dal vivo la loro forma più compiuta. Adesso il “MINCHIA CHE TOUR CALDO” porta quello stesso spirito all’aperto, con più di venti date in tutta Italia a partire dal 22 maggio.

Come ci si prepara? Con una risposta che dice molto su che tipo di band è questa: “Non ci siamo fermati da due anni. I quattro ‘Avengers’ dell’inizio rimangono, poi adesso si stanno aggiungendo nuove persone. Quando ci sono giorni di pausa tra una data e l’altra, l’unica forma di preparazione è andare a bere insieme o giocare a basket. Noi siamo amici, e il viverci in questo modo è l’unico modo per far trasparire ancora di più emozione a chi ascolta”.

Una band che si prepara ai concerti giocando a basket. In questa risposta c’è la consapevolezza che la coesione non si costruisce nelle prove tecniche, ma nel tempo condiviso fuori dal palco.

Non era mai stato a Genova. “L’ho sfiorata l’anno scorso, sono stato a Finale Ligure”. Ma conosce la vecchia scuola genovese: “È meravigliosa, è di ispirazione a tutta la nuova scuola genovese” e arriva con l’entusiasmo di chi viene in una città che sente vicina, per affinità più che per abitudine. “È una città viva come Bologna, sono contentissimo di poter venire”.




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