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Non solo lo Stretto di Hormuz: ecco la “guerra dei chockepoints” che scuote il Mar Cinese

Lo Stretto di Hormuz è soltanto la punta dell’iceberg. Il ruolo dei cosiddetti “chokepoints”, e cioè i passaggi marittimi obbligati attraverso cui transita una quota decisiva del commercio mondiale, è altrettanto rilevante a migliaia di chilometri di distanza dal Golfo Persico, ovvero nel Mar Cinese Meridionale e Orientale, dove tra l’altro si intrecciano anche tensioni territoriali, rivalità militari e dipendenza economica. Ecco i punti più caldi della regione e che cosa potrebbe succedere all’economia globale in caso di potenziale crisi.

I chockepoints del Mar Cinese

Lo ha spiegato nel dettaglio un approfondito paper pubblicato dal Center for Strategic & International Studies (CSIS), nel quale si legge che il Mar Cinese Meridionale, in particolare, rappresenta il corridoio marittimo più importante del commercio globale. Nel 2024 attraverso i suoi otto principali chokepoints sono transitati beni per un valore complessivo di circa 6.400 miliardi di dollari.

Tra questi spiccano soprattutto lo Stretto di Malacca e lo Stretto di Taiwan, ciascuno interessato da oltre 2.400 miliardi di dollari di traffico commerciale, una quota superiore perfino a quella che attraversa lo Stretto di Hormuz. Seguono lo Stretto di Luzon, lo Stretto di Makassar, lo Stretto di Sunda, lo Stretto di Lombok, lo Stretto di Mindoro e lo Stretto di Balabac.

Ebbene, un’eventuale interruzione di queste rotte, provocata da un conflitto militare, da un blocco navale o da altre crisi geopolitiche, produrrebbe conseguenze molto più estese rispetto ai rincari energetici osservati in Medio Oriente. Se, infatti, Hormuz è essenziale soprattutto per il petrolio e il gas naturale liquefatto, il Mar Cinese Meridionale costituisce invece il fulcro delle filiere industriali e tecnologiche asiatiche, da cui dipendono componenti elettronici, semiconduttori, macchinari e materie prime destinate ai principali mercati mondiali.

Un rischio per l’economia globale

C’è un altro aspetto da considerare: la vulnerabilità dei Paesi nei confronti di queste rotte non è distribuita in modo uniforme: Cina, Taiwan, Giappone, Corea del Sud e Filippine risultano tra le economie maggiormente esposte di fronte ad eventuali effetti nefasti, mentre gli Stati Uniti dipendono in misura più limitata da questi canali. Per Pechino, nello specifico, il rischio principale non sarebbe più soltanto il cosiddetto “Dilemma di Malacca”, ma soprattutto la possibilità di una chiusura dello Stretto di Taiwan, attraverso cui transita circa un terzo delle importazioni cinesi e una quota significativa del traffico marittimo nazionale.

A proposito: le tensioni tra Cina e Taiwan, le dispute nel Mar Cinese Meridionale e la possibilità di blocchi navali rendono le suddette rotte un elemento decisivo per la sicurezza economica internazionale.

La “guerra dei chokepoints”, o meglio per il loro controllo, non riguarda quindi soltanto il dominio militare dei mari, ma anche la capacità degli Stati di garantire

continuità agli scambi commerciali. E in un’economia globale sempre più interconnessa, il controllo di pochi passaggi marittimi può influenzare prezzi, produzioni industriali e stabilità dei mercati ben oltre i confini dell’Asia.


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