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La decisione di autodefinirsi una boy band è una delle stravaganze e provocazioni dei Brockhampton, un gruppo hip-hop di origini texane che somiglia più a un multiforme collettivo artistico. È guidato, pur in modo non ufficiale, dal rapper Kevin Abstract e animato da altri rapper e produttori, ma anche designer, fotografi, registi e manager. Il collettivo ha aggiornato l’epopea del sogno che conduce dall’underground al successo all’epoca dei forum e della nuova creatività digitale: conoscendosi online, hanno creato una realtà autosufficiente capace di alimentare un culto sul web.

Di internet i Brockhampton condividono anche la velocità. Dall’esordio con un mixtape nel 2016 alla fine della loro storia, nel 2022, hanno costruito una densa discografia dominata da una trilogia di album pubblicati in appena sei mesi e conclusa da una coppia di lavori distanziati da appena 24 ore. La loro rapida ascesa nel mondo dell’hip-hop alternativo li ha condotti dalla produzione indipendente a una major, dalla sedicente identità di boy band a gruppo alternativo, con tratti persino sperimentali.

La loro esperienza ha permesso di esprimere un ampio spettro di identità sessuali, etniche e nazionali, che ha contribuito a condurre l’hip-hop fuori dalle sue asfissianti gabbie. Per certi versi, i Brockhampton sono l’opposto dei Death Grips: entrambe emanazioni di un mondo iperconnesso e senza confini, ne rappresentano l’anima colorata ed emotiva invece di quella angosciante e iperviolenta.Indice dei contenuti

Indice dei contenuti

Dal forum al mixtape: 2009 – 2016

Clifford Ian Fernando Simpson ha 13 anni quando decide di cercare altri membri per formare un collettivo. Per proporsi usa un forum dedicato a Kanye West. Si uniscono alcuni utenti già conosciuti, uno vive persino nel piccolo stato insulare di Grenada. Ci sono anche alcune conoscenze di scuola, collaboratori già saliti a bordo con altri ruoli e appassionati di musica che si sono uniti per altri progetti. Alcuni sono del Connecticut, uno è dell’Irlanda del Nord. In tutto, il collettivo AliveSinceForever conta qualcosa decine di membri. Pubblicherà solo un Ep ma basta a dare il via alla storia dei Brockhampton.

Il collettivo si concentra in Texas, anche per questioni universitarie. Kevin Abstract soffre la mancanza di coordinamento interna e decide di sciogliere il collettivo per formarne uno che porta il nome di una delle strade in cui ha abitato, a Corpus Christi. Pubblicano un brano nel 2015, replicano pochi mesi dopo. Nel marzo del 2016 il gruppo rende disponibile gratuitamente il mixtape All-American Trash. In retrospettiva, è una raccolta acerba e molto al di sotto del loro meglio. Basta comunque a farli notare da Pitchfork e da qualche ascoltatore particolarmente curioso.

L’hip-hop colorato e vivace che presentano sin dall’iniziale e breve “Encino”, potenziato da bassi distorti in “Ben Carson” e ammorbidito in un r’n’b notturno in “Michigan”, è già impreziosito di spunti creativi.
La morbidezza pop-rap di “Infatuation” e la sensualità di “Palace” si uniscono idealmente in “Home”, lussureggiante r’n’b surreale e psichedelico. Nella malinconia di “Cotton Hollow” è facile rivedere il più emotivo dei Kanye West, quello di “808s & Heartbreak”:

If I die alone, then I probably deserve that
You can turn your face up but don’t act like you ain’t heard that

In chiusura aprono anche verso il rock con “Poison”, dominata da una chitarra elettrica, e concludono con il jazz-rap di “Lost In Love”. La forza del mixtape è nella sua varietà, aumentata da una manciata di brani brevi a centro scaletta. È solo l’inizio.

La trilogia della saturazione: 2017

Subito dopo la pubblicazione dei mixtape il collettivo si sposta a Los Angeles, cambiando nuovamente la propria composizione. È l’inizio di un periodo di lavoro intensivo che porterà alla pubblicazione a raffica di tre album gemelli nel 2017: Saturation, Saturation II e Saturation III. Nella logica del collettivo artistico, l’intera produzione è gestita internamente. Per celebrare il tutto, nonché promuoversi, fioccano videoclip, la partecipazione a un documentario seriale, “American Boyband”, e persino un lungometraggio diretto dallo stesso Kevin Abstract. Non mancano esibizioni live, organizzate in appositi tour.

Saturation si apre con l’esplosivo horrorcore di “Heat”, ansiogena e distorta, con impennate di assordante rumore. È un modo per presentare un album d’esordio ambizioso e incline a stupire l’ascoltatore canzone dopo canzone. La filastrocca pop-rap “Gold” si ripete mentre l’arrangiamento rivela nuovi strati e mutazioni. La trap di “Star” mette insieme Kendrick Lamar con lo stile cartoonesco dei primi Injury Reserve. “Boys” gioca con le voci, affastellandole in un coro cacofonico mentre “Fake” ne usa una all’elio, comicamente acuta e robotica.
Difficile rimanere al passo, l’hip-hop mainstream è masticato e restituito in forme stravaganti e instabili in brani come “Bank”, “Trip”, “Milk” e “Bump”, avvicinandosi anche alla commovente poetica di Mac Miller in “Swim”.
La malinconica chitarra che decora “Cash”, la dolcezza soul di “Face” e della più sensuale di “Waste” raccontano un album pieno di sfumature, a suo agio nella rilettura di stili musicali anche molto diversi.

La ricchezza di collaboratori che ruotano intorno al nucleo della band ripropone la geometria variabile dei Gorillaz, partendo però da un modello chiaramente hip-hop e decisamente più legato alla musica statunitense. Ne risulta un ascolto stimolante, a tratti disorientante. Tali sensazioni sono amplificate dall’ascolto dei capitoli successivi.

Saturation II è un assalto ai sensi. L’infettivo motivetto di “Gummy”, con synth che pigolano come nel miglior Dr. Dre, e l’aggressivo hardcore-hip-hop di “Queer”, trasformato a tratti in un momento struggente, conducono alla filastrocca robotica di “Jello”, degna dei Daft Punk uniti ai JID. Un intreccio di voci soul apre “Teeth”, appena 80 secondi di free form dalla potenza psichedelica.
La rilassata “Swamp”, la bollente “Tokyo”, la disorientante “Chick” sono tutte ulteriori variazioni, affollate di dettagli negli arrangiamenti che le rendono stimolanti anche dopo numerosi ascolti.
L’aggressiva “Junky”, con un rap ansiogeno da togliere il fiato e un beat inizialmente senza batteria e decisamente spettrale, anticipa un quadretto orientaleggiante come “Fight”, prima animata da strumenti acustici e poi ingoiata da un magma digitale opprimente. Saltuariamente una canzone rimane tale per tutta la sua durata, come in “Sweet”, e sembra avere le potenzialità di una hit, per quanto atipica. Si chiude con la ballad soul-rock di “Summer”, languidamente incorniciata da una chitarra elettrica.

Twistin’ me up like licorice
Think I need someone who can handle it
Ice on my boys and my wrist is fixed
I don’t need nobody tryna give me shit

Quasi come se prendessero coraggio mano a mano che accumulano velocemente album nella propria discografia, Saturation III appare ancora più sfrontato, schizofrenico, destrutturato. Travolti dall’esplosiva “Boogie”, si palesa l’azzeramento della distanza tra creativo e immediato: per i Brockhampton si può essere pop-rap e fuggire dai cliché, se è il caso abusando di ottoni e sample da circo, come in questo caso.

È una grande festa, che aggiorna la lezione degli OutKast. Si continua con “Zipper”, “Johnny”, “Stupid”, “Bleach” e “Alaska”, rivaleggiando con lo stile mutante di JPEGMAFIA e Vince Staples ma privilegiando i lati più colorati e divertenti.
Un motivetto di pop elettronico e minimale come “Hottie” è un gioiello di questo arcobaleno sonoro e ne rappresenta il lato più dolce tanto quanto “Sister/Nation”, una miscela instabile e pericolosa, incarna il divertimento più sfrenato e pazzoide.
Questa volta la chiusura è bifronte: un diluvio di chitarre elettriche chiamato “Team”, con una voce che canta in un mare di riverbero, che diventa un sensuale r’n’b onirico.

La critica più scontata che si possa fare alla trilogia è la dispersività. Sarebbe ingenuo pretendere la pubblicazione di 45 canzoni-capolavoro in pochi mesi ma è anche evidente che qualche sforbiciata avrebbe reso il progetto più definito e facile da inquadrare. Tuttavia, la particolarità di questo trittico è di abbondare: si susseguono stili, storie, stati d’animo e rimandi profondamente differenti, tenuti insieme da una notevole capacità di non far deragliare il tutto verso l’incomprensibile o l’autoriferito. Nell’accumulare rimandi, deviazioni e stravolgimenti, i Brockhampton conservano comunque una leggibilità, un’immediatezza che è necessaria a fronte del profluvio di brani eterogenei.

Ad accoglierli trionfalmente è ovviamente la sottocultura dei musicofili del web, soprattutto legati all’hip-hop. La loro creatività dirompente è l’ideale per i naviganti iperstimolati di una rete sempre più veloce e frenetica, dove la musica deve essere sempre nuova ed eccitante. Negli anni in cui l’hip-hop supera negli ascolti gli altri generi musicali, i Brockhampton uniscono il rispetto per i classici con la volontà, tutta giovanile, di voler stravolgere le regole.

Più sperimentali in major: 2018

“Team Effort” dovrebbe essere il seguito di Saturation III. I Brockhampton lo annunciano pochi giorni dopo la pubblicazione del loro terzo album, poi lo rimandano e cambiano il nome in “Puppy”. Firmano con una major per un contratto che si vocifera valere 15 milioni di dollari per sei album da pubblicare in tre anni. Uno dei membri del collettivo, Ameer Vann, viene allontanato dopo alcune accuse di crimini sessuali. Il nome cambia ancora, in Iridescence. Debutterà al numero 1 di Billboard, un successo importante ma temporaneo.

Nelle parole di Kevin Abstract, l’album è ispirato a “Kid A” dei Radiohead. Sia come sia, è stato registrato in buona parte nei leggendari studi di Abbey Road e porta una tacca più in là la creatività della trilogia. Soprattutto, il mood rilassato e divertito è ora diventato un amalgama più difficile da inquadrare a livello emotivo: se i vari Saturation rappresentano l’energia della gioventù, qui siamo nell’angoscia e nella forza della prima età adulta. Sono i brani a scartare, anche improvvisamente, senza lasciare molti appigli ai primi ascolti e restituire una molteplicità di intenzioni. L’impressione è che possano muoversi in ogni direzione, o che la prossima canzone possa andare completamente altrove. Un ventaglio di possibilità, quindi, offerto a noi come un bouquet di fiori dai colori fiammanti.

L’impatto frontale con “New Orleans” ricorda l’hardcore dinamico e aggressivo dei Run The Jewels mentre “Thug Life” torna al Kanye West più emotivo, con un pianoforte malinconico. È un’altalena che continua con l’esplosiva “Berlin”, divisa al suo interno: una parte un beat distorto, una parte melodie minimali, una parte soliloquio adolescenziale.

Il soul all’elio “Something About Him”, il potente beat saltellante “Where The Cash At” e la più elaborata “Weight”, più brani in uno con tanto di accelerazioni drum’n’bass, continuano a stordire l’ascoltatore impreparato.

Un vertice di questa imprevedibilità è “District”, rap frenetico e zampate industriali. L’agitatissima “J’ouvert”, l’ossessiva e ansiogena “Vivid” e poi, di canzone in canzone, fino alla conclusiva e massimalista “Fabric”, vagamente inquietante, aggiungono dosi massicce di variazioni, deviazioni e ibridi alla proposta. È un percorso atipico: in major i Brockhampton usano i maggiori mezzi a disposizione per pubblicare il loro album più sperimentale ed eccentrico.

Attraverso episodi come questi l’hip-hop si presenta come un linguaggio universale per la musica popolare del periodo, ambizioso ma anche accessibile.

Compromessi alternativi: 2019 – 2021

Ginger (2019) cambia direzione. Se l’album precedente ha scatenato il loro lato più selvaggiamente creativo, qui il collettivo propone canzoni più lineari e fondamentalmente pop-rap. Detto questo, è comunque il loro modo di interpretare questo stile, con grande varietà e un po’ di quella polverina magica che li ha resi unici.

In generale più pacato e spesso malinconico, l’album si apre con il pop-rap per chitarra acustica “No Halo”, trova una hit nell’r’n’b emotivo di “Sugar” e riscopre un po’ di imprevedibilità in “Boy Bye”, con una melodia pizzicata che si arrampica sullo sfondo.

Spendin’ all my nights alone, waitin’ for you to call me
You’re the only one I want by my side when I fall asleep
Tell me what I’m waitin’ for, tell me what I’m waitin’ for
I know it’s hard but we need each other
Know it’s hard but we need each other

Eminem sarebbe fiero di “If You Pray Right”, beat comico e rap supersonico, ma il finale svela il malcelato animo sperimentale. A contrasto, un gruppo di brani più pacati e persino drammatici (“Dearly Departed”, “Ginger”, “Big Boy”, “Victor Roberts”) che rischiano di suonare meno originali e spesso superficiali ma quantomeno inquadrano un altro lato della loro espressione musicale.

Questo compromesso stilistico è sviluppato lungo un arco di tempo che comprende anche la pandemia da COVID-19, affrontata dal collettivo attraverso le dirette intitolate “Technical Difficulties Radio”, poi pubblicate sul sito gratuitamente e velocemente scomparse anche da quest’ultimo. Progetto estemporaneo nato in un momento di crisi globale, è soprattutto un modo per occupare l’attesa del successivo Roadrunner: New Light, New Machine (2021).

Il collettivo si apre più che mai ai contributi esterni. Se gli ospiti non sono mancati qua e là anche nei capitoli precedenti, questa volta sono fondamentali allo svolgimento dell’album. Danny Brown, JPEGMafia, A$AP Rocky, A$AP Ferg, SoGone SoFlexy, Charlie Wilson, Baird, SSGKobe, Shawn Mendes e Ryan Beatty instillano nuova creatività in un collettivo affaticato da anni di prolificità estrema.

Ne risulta un album maturo, per molti versi il punto d’arrivo della loro carriera. Più coeso che mai e meno sbilanciato verso il pop-rap, si apre con bombe alt-rap come “Buzzcut” feat. Danny Brown e “Chain On” feat. JPEGMAFIA.

Non mancano comunque momenti di hip-hop più mainstream come “Bankroll” feat. A$AP Rocky & A$AP Ferg, “Old News” feat. Baird e “Don’t Shoot Up The Party” ma mitigati da maestosi prog-rap come “The Light”, con chitarra elettrica e dettagli psichedelici, e “Windows” feat. SoGone SoFlexy, un incubo dove si incontrano r’n’b e West Coast.

La gloriosa malinconia di “What’s The Occasion?” è quel contraddittorio amalgama emotivo tipico della maturità. La chiusura è ancora più emotiva, con “The Light Pt. II”, una confessione chiusa tra i sussurri e ornata da un coro gospel.

Ginger e Roadrunner: New Light, New Machine trovano un compromesso tra l’anima più alternativa, creativa e imprevedibile emersa nei primi album e una nuova identità artistica, più matura e coerente. Salutati da parte della critica con severità, sono meno dirompenti dei predecessori ma discreti esempi di un hip-hop alternativo.

Doppio finale: 2022

A gennaio 2022 il collettivo annuncia la sua imminente fine. The Family è un album che appartiene solo in parte ai Brockhampton. Solo una parte dei membri partecipa al progetto.

Assai meno ambizioso, è un addio che ritorna spesso al chipmunk-soul di Kanye West, dall’iniziale “Take It Back” in poi, o al suo stile più aggressivo e assordante come in “Gold Teeth”. I Run The Jewels sarebbero fieri di “Big Pussy”. Inspiegabile il pop-rap novantiano di “All That” se non come un brano pubblicato per dare fondo alle bozze prima di concludere la carriera. Questa ipotesi è coerente anche con la manciata di brani brevi e parziali che imbottiscono la scaletta. La conclusiva “Brockhampton” sigilla l’addio con una riflessione dolceamara.

I miss the band already
Fuck that, I miss my old man already
The kids broke up the band already
So this one right here for the fans, already

Non c’era quindi bisogno di TM, pubblicato il giorno successivo, anche se il pretesto potrebbe essere rivedere il collettivo per l’ultima volta insieme. Tornati a una formazione allargata, pubblicano un gruppo di canzoni che erano state accantonate in attesa di una conclusione. È un polpettone dove troviamo la trap spaccona di “FMG” e il pop-rap zuccheroso di “Animal”, la ballabilità smaccata di “Man On The Moon” con tanto di synth, e una potenziale hit malinconica come l’house-rap sussurrato di “Goodbye”. Il sospetto che TM serva a soddisfare il vincolo contrattuale è fondato.

I Brockhampton meritavano un finale all’altezza dei loro vertici e invece ci lasciano un doppio addio di canzoni ancora da rifinire e direzioni artistiche non chiare. È la conseguenza di un’ascesa velocissima e di una carriera tanto entusiasmante quanto impossibile da proseguire per più di qualche anno.

Dopo un mixtape preparatorio, la trilogia di Saturation ha contribuito a rimappare i confini dell’hip-hop per un pubblico sempre meno interessato a cliché machisti e racconti fin troppo prevedibili. L’apertura a storie e sensibilità diverse si affianca a un multistilismo che non si preoccupa di farsi pop, all’occorrenza. Iridescence ha condotto quel linguaggio al suo apice schizofrenico e imprevedibile, una direzione in parte invertita nei due album successivi. Con Roadrunner però si arriva alla fine, di fatto, dell’esperienza: il resto è un lungo addio reso ancora più amaro da brani che troppo spesso sembrano dei demo.


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