Social media come il fumo? La verità sul malessere dei giovani che nessuno vuole sentire. Parla Matteo Lancini

Ogni volta che un adolescente sta male, la risposta è sempre la stessa: “Sono i social media”. Ansia, depressione, solitudine, perdita di attenzione. Abbiamo trovato il colpevole. Peccato che le prove scientifiche di questo legame siano fragili e il dibattito tra gli esperti sia ancora apertissimo. E se il vero problema fossimo noi adulti?
Il secondo episodio di “Domande Prime”, il podcast che prova a fare chiarezza senza prendere posizioni preconcette, ha messo di fronte due visioni.
Da una parte Silvia Lazzaris, giornalista scientifica, che sottolinea le responsabilità delle piattaforme e l’intenzionalità con cui sono progettate per creare dipendenza.
Dall’altra Matteo Lancini, psicoterapeuta e docente all’Università di Milano Bicocca, che rovescia la prospettiva: il problema non sono i social, ma gli adulti che si rifiutano di guardare la loro fragilità.
La verità che fa male: i social non hanno creato il vuoto, lo hanno riempito
Lancini parte da un’osservazione che suona quasi scomoda: “La solitudine e i disturbi della condotta alimentare esistevano prima degli smartphone”. I social media, insomma, non hanno inventato il malessere, ma si sono inseriti in un vuoto già aperto.
Il punto è che la società è cambiata. I cortili sono scomparsi, i giardini sono diventati inaccessibili, la comunità educante si è sfaldata. In un’epoca in cui un ragazzo non può più tornare da solo a casa o incontrarsi in piazza senza essere fermato dalla polizia locale, internet è diventato l’unico spazio rimasto per incontrarsi, per esprimersi, per sentirsi meno soli.
“I ritirati sociali si sono salvati andando in internet,” ricorda Lancini. “Attraverso le relazioni online puoi dire cose che non riesci a dire alle persone in faccia. I contenuti emotivi possono essere molto più autentici.”
La provocazione è chiara: se un adolescente preferisce confidarsi con un chatbot o con un amico virtuale piuttosto che con un genitore o un insegnante, forse il problema non è la tecnologia, ma la qualità delle relazioni offerte dagli adulti.
L’ipocrisia degli adulti: la colpa è sempre dei giovani
Il vero nodo, per lo psicoterapeuta, è la dissociazione. “Mentre gli adulti – mamme, papà, insegnanti, politici, editorialisti – diventano famosi e sopravvivono grazie a questo meccanismo, ai ragazzi viene detto che fa male.”
È il paradosso che Lancini definisce inaccettabile: gli adulti passano ore sui social, costruiscono carriere su TikTok, fanno politica su Facebook, ma quando si parla di disagio giovanile, la responsabilità viene scaricata interamente sullo strumento.
Non si parla mai di scuola. Non si parla mai di famiglia. Non si parla del fatto che siamo una società individualista che ha smesso di prendersi cura della collettività.
“Se abbiamo creato questa società terribile, o la cambiamo o dobbiamo dare ai ragazzi un futuro,” dice Lancini.
La ricerca, in effetti, mostra solo una correlazione modesta tra uso dei social e sintomi di ansia e depressione. Ma la correlazione non è causalità. È altrettanto probabile che chi sta già male cerchi rifugio nei social, e che i social, a loro volta, amplifichino un disagio che esiste già a monte.
Sì, le piattaforme hanno responsabilità. Ma non sono l’unico bersaglio
Sul punto dell’intenzionalità delle aziende tecnologiche, Lazzaris porta documenti interni a Meta emersi durante cause legali: dipendenti che definiscono Instagram “una droga” e Zuckerberg che ammette di aver voluto nascondere ai genitori la funzione dei video in diretta per non “rovinare” il prodotto.
L’accusa è grave: algoritmi costruiti sul modello delle slot machine, notifiche progettate per creare dipendenza, un sistema che sfrutta le vulnerabilità del cervello umano per tenere gli utenti incollati allo schermo.
Lancini non nega queste evidenze. “Benvenuti nel mondo che governiamo,” commenta. Ma la sua domanda è un’altra: perché questo discorso viene sempre spostato sui giovani e mai sulla società che abbiamo creato?
Se gli adulti smettessero di usare i social? Se gli adulti scendessero in piazza per cambiare le regole? Se gli adulti, invece di fare la morale ai figli, iniziassero a dare l’esempio?
Il problema, secondo Lancini, è che gli adulti non vogliono rinunciare a niente. Vogliono continuare a vivere in questa società, a usare questi strumenti, a trarne beneficio. Ma pretendono che i loro figli ne stiano fuori. È un’imposizione che i ragazzi, sempre più lucidi e consapevoli delle contraddizioni adulte, faticano a rispettare.
E allora cosa fare? La proposta: smettere di dare la colpa e ricominciare a esserci
Le soluzioni, se ci sono, passano per un cambio di paradigma. Lancini è chiaro: la regolamentazione va bene, ma non basta. Perché il problema non è solo tecnico. È culturale.
Occorre che gli adulti diventino “significativi”, capaci di ascoltare le emozioni dei ragazzi senza metterle in discussione. Che la scuola torni a essere un luogo di relazione, non di produzione di saggi anonimi. Che la famiglia smetta di delegare tutto alla tecnologia e riprenda a parlare, a guardarsi negli occhi, a stare insieme.
E soprattutto, che si smetta di trattare i social come il fumo. “Per iscriverti all’università non devi fumare una sigaretta,” dice Lancini. “Ma per vivere in questa società, devi usare internet.”
La sfida, allora, è insegnare ai ragazzi a vivere bene in un mondo che è diventato onlife, non a isolarli da esso. Perché il mondo digitale non è una parentesi. È la realtà in cui siamo già immersi tutti, adulti compresi.
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