Trentino Alto Adige/Suedtirol

Maria Pia Zanetti racconta la sua vita dedicata alla voce


BOLZANO. La sua vita vera, quella che poi amerà per sempre, era iniziata con una maestra. «Allora era unica, una per tutte le materie. Lei parlava e io ne ero rapita…». Anche perché poi tornava a casa e pensava tra sé: ma papà e mamma non dicono le parole allo stesso modo… La questione è che i genitori erano veneti, la maestra toscana. «E il suo italiano era magnifico»: sorride ancor’oggi Maria Pia Zanetti. Voce inconfondibile, udita mille e mille volte in radio e in tv dalla sede Rai di Bolzano. Inflessioni inesistenti, spazi perfetti, scansione senza incertezze, parole chiare e limpide. Tant’è che ora insegna ortoepia.

Cioè? «L’ortografia è la corretta scrittura, l’ortoepia la corretta dizione», spiega. Si muove tra la respirazione diaframmatica e la postura. Perché lei, Maria Pia Zanetti, non è solo una voce amica ma anche un volto che percorre i nostri palcoscenici. «Merito di Marco Bernardi – spiega – che dopo un corso di recitazione che feci allo Stabile per perfezionarmi nel mio lavoro in Rai, mi ha detto: ti scritturo».

E via per i teatri di mezza Italia, tra Goldoni e Feydeau, passando per il «Maggiore Barbara», con Gianrico Tedeschi. Ecco, lei è la voce che di anno in anno si perfeziona e diventa modello da imitare. Passando da una passione, quella per la parola e la recitazione, a una missione: insegnare quello che ha imparato. Senza tuttavia mai smettere di fare radio, spettacoli e letture. Per un luogo come Bolzano, dove spesso l’italiano parlato è ormai uno “slang”, Maria Pia Zanetti presidia la trincea dell’italiano come si deve.

Dove è iniziato il suo amore?
Alle elementari. Avevo 6 anni. Non dico che allora capissi dove sarei andata a parare ma, voltandomi indietro adesso, è lì che tutto è partito.

Iniziando da?
Da una maestra toscana. Tutti noi, in Italia, parliamo una lingua molto corrosa dal dialetto. L’unico luogo dove uno nasce e parla un italiano perfetto è la Toscana. E forse un po’ il Lazio.

E la maestra?
Parlava così bene che ne sono stata rapita. Non avevo elementi per andare oltre ma, quando tornavo a casa, sentivo che i miei genitori, di origine veneta, usavano parole diverse. E io mi chiedevo il perché.

Poi l’ha capito?
Ebbene sì. Mi dicevo: l’italiano che parla la maestra è più bello. Non sapevo come altro definirlo.

Le è bastato per scegliere cosa fare?
Innanzitutto amare l’italiano, questo subito. E fare le magistrali. Ma maestra no, mi sarei sentita carica di troppe responsabilità. E allora via con il quinto anno integrativo e l’iscrizione a Filosofia. Poi è arrivata una nuova svolta.

Casuale?
Più o meno, come un po’ tutte quelle della mia vita. Leggo di un corso di dizione tenuto da un’attrice della sede Rai di Bolzano. Ci vado. Lei nota la mia predisposizione. Ed è allora che arriva l’occasione.

Un’altra svolta?
La Rai cercava nuove voci per la radio. Faccio un provino e mi prendono. Mi sono detta: eccomi a casa.

E lì cosa succede?
Di tutto. Era il 1985. Programmi culturali, varietà radiofonici e sceneggiati. Allora se ne facevano tantissimi ed erano magnifici. Ancora oggi incontro persone che ne sentono la nostalgia. Puntate una dopo l’altra, con la gente che accendeva la radio per sapere come sarebbe andata a finire la storia. Ma intanto pensavo anche al teatro.

Che teatro?
Il Teatro Stabile. Anche in questo caso mi iscrivo a un corso di recitazione senza particolari ambizioni. Durava un anno. Alla fine pensavo che fosse stata una bella esperienza e basta.

Invece?
Invece no. Perché Marco Bernardi, allora direttore del Teatro Stabile di Bolzano, mi ascolta, mi nota e mi scrittura.

Insomma, attrice.
Attrice. In giro per l’Italia fino al Duemila. E che spettacoli: grandi autori e grandi attori. Dalla Locandiera a molto altro. Per dire, ho interpretato quasi tutto Cavosi.

Era la vita che voleva?
Per anni sì. Ma è una vita dura. Da fuori non si immagina cosa significhi girare per mezza Italia, cambiare città e teatro ogni settimana.

Significa cosa?
Quasi una caserma. Tantissima passione, emozione ogni sera, ma anche settimane lontano da casa. Non ci si può permettere di stare male, di saltare una recita o di sentirsi stanchi. A un certo punto mi sono detta: l’ho fatto, ora è tempo di cambiare.

E il cambiamento qual è stato?
Restare di più con i miei genitori. Mia madre stava poco bene, mio padre ha raggiunto i 101 anni e non poteva più rimanere troppo da solo. Mesi di trasferte non erano più possibili.

Nasce qui la terza vita, quella da insegnante?
Anche. Insegno ortoepia ma anche speakeraggio, cioè come usare la voce per essere sempre comprensibili al microfono, anche nelle situazioni più difficili.

Ma la sua voce è ancora ovunque.
Documentari in Rai, programmi come Passepartout, spettacoli, letture di libri. La voce, che insegni oppure no, è sempre parte della mia vita. È come se ascoltassi le parole mentre le pronuncio. Sono le mie irrinunciabili compagne di viaggio.


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