Kostyuk alla russa Andreeva: “Non so come faccia a dormire mentre il suo Paese uccide altre persone”
È il migliore Slam della sua carriera: domani si giocherà un posto in finale al Roland Garros. Eppure, Marta Kostyuk non ha mai versato tante lacrime come in questi giorni. «Hanno ripreso a bombardare ogni notte la mia Ucraina». Ventitré anni, di Kiev, numero 15 Wta. Si era commossa domenica scorsa, al termine del match vinto con la russa Okskana Selechmet’eva. Non le ha stretto la mano.
Comunque vada a finire, non la stringerà neppure alla sua prossima avversaria, Mirra Andreeva.
«Ma in campo dovrò separare il tennis dalla politica. Dovrò essere capace di giocare, e fare il mio lavoro. Per me domani non cambierà nulla. Però…».


Però?
«Andreeva, affrontando una ucraina, ha detto: “Non mi importa chi sia, io gioco contro una palla”. Così è ancora più frustrante. Sono tutte persone adulte. Sanno benissimo di cosa stanno parlando. Sanno cosa succede nel loro Paese. Hanno Instagram. Seguono le notizie. Sono informate. Forse evitano di affrontare l’argomento, ma sono loro che devono convivere con questa realtà, non io. Hanno scelto una strategia che funziona per loro. Io non posso fare molto al riguardo. Mi piacerebbe che ci fosse una presa di posizione più chiara su quello che sta succedendo, soprattutto quando il tuo Paese sta uccidendo altre persone. Non so come possano dormire tranquille sapendo tutto ciò che accade».
A proposito: lei come dorme?
«Disattivo le notifiche delle notizie del telefonino, da molto tempo. Non potrei fare nulla per cambiare le cose, e comunque perderei il sonno. Ma a un certo punto, devo staccare. Nel corso della giornata, soprattutto adesso, seguo gli aggiornamenti. Tutte le mattine telefono alla mia famiglia, mi scrivono che stanno bene».

L’altro giorno è esplosa una bomba a cento metri dalla casa dei suoi genitori.
«E dopo aver saputo, è stato davvero difficile scendere in campo: non sapevo se sarei riuscita a smettere di pensarci. Nei giorni seguenti è andata meglio: amici, familiari e tutte le persone a cui avevo scritto mi avevano rassicurata. Sono entrata in campo, mi sono concentrata solo sul mio tennis. Insomma: dipende dalla partita, dalla notte trascorsa, dalla sicurezza della mia famiglia. Dipende anche da quanto una notizia mi abbia colpita o spezzato il cuore. Dopo le partite leggo tutto, ma prima cerco di evitarlo».
Non ha paura di parlarne.
«Devo. Se non riuscissi a staccarmi dalle notizie, dovrei tornare in Ucraina; invece sono qui, al sicuro, a giocare a tennis. Devo separare le due cose. Naturalmente stamattina, appena sveglia, ho controllato le notizie e ho scritto alla mia famiglia, che stava bene. È tutto ciò che posso fare. L’unica cosa sotto il mio controllo è parlarne, e dare visibilità a ciò che sta accadendo. Ci sono persone che vivono questa terribile realtà ogni giorno».


Si è commossa anche dopo il match con la sua connazionale, Elena Svitolina.
«La sera prima avevamo vissuto un’altra notte molto difficile in Ucraina, soprattutto a Kiev. C’erano state molte vittime. Ho voluto dedicare la partita al popolo ucraino e alla sua resilienza. Elina ha avuto un incredibile impatto sul tennis ucraino, sugli ucraini e su di me. E su tutti coloro che ci guardano».
Nonostante tutto, gli sportivi ucraini continuano ad essere protagonisti.
«Abbiamo avuto la più grande rappresentanza olimpica da quando l’Ucraina è diventata indipendente. Questo dice molto. Abbiamo vinto medaglie. Nel salto in alto abbiamo atleti di altissimo livello, Oleksandr Usyk è una leggenda. Anche i tennisti stanno ottenendo grandi risultati, soprattutto le ragazze. Se c’è una cosa che mi rende orgogliosa, è che tutti gli atleti cercano di andare avanti e di emergere, nonostante la guerra. Naturalmente ogni situazione personale è diversa. Sono passati quattro anni e si vede quanto siano resilienti. Molti devono tornare in Ucraina per allenarsi; non hanno sempre il privilegio che ho io di poter lavorare altrove. Vivono e si allenano in Ucraina. Essere competitivi ad altissimo livello, allenandosi sul territorio ucraino, è una sfida enorme. Sono orgogliosa di rappresentare l’Ucraina. Per il resto non voglio guardare troppo avanti. Con tutto quello che sta succedendo, il solo fatto di essere qui è davvero una benedizione. Non penso a vincere il titolo a Parigi, non è la cosa più importante. Sono qui per rappresentare l’Ucraina e godermi ogni momento».

Chissà quanti tifosi in Ucraina la vedranno domani in tv.
«Non conosco i numeri. Al momento non ci sono problemi con l’elettricità. Di solito è più complicato in inverno. A volte, per esempio, i miei genitori rimanevano senza corrente e, con temperature di meno 23 gradi, era terribile. Era un problema enorme per molte persone. Ora la situazione è migliore. C’è ancora Internet, anche quando manca l’elettricità. Dopo quattro anni, la gente sa che deve caricare telefoni e computer prima della notte, perché non si sa mai come sarà la situazione il mattino seguente».
Forse gli sportivi russi evitano l’argomento “guerra” perché temono che potrebbero esserci delle ripercussioni a casa loro.
«So che alcune persone hanno lasciato la Russia non appena è iniziata la guerra. Hanno venduto le loro attività, lasciato tutto alle spalle, perché non erano d’accordo con ciò che il loro Paese stava facendo ad altre persone. Era il loro modo di protestare. Hanno lasciato il Paese e iniziato una nuova vita altrove, oppure hanno condannato pubblicamente questi comportamenti. Ci sono molte figure di spicco che si sono espresse apertamente. Ed è evidente che oggi non possono tornare in Russia. Forse un giorno sarà possibile, chi lo sa. Ma se non si è d’accordo, si può comunque manifestarlo pubblicamente. Noi viaggiamo tutto l’anno. Se davvero non sei d’accordo, ci sono molti modi per non vivere in Russia. Abbiamo l’esempio di Daria Kasatkina, che ne ha parlato apertamente. Alcune persone sono persino andate nell’appartamento dei suoi genitori per intimidirli, ma questo non l’ha fermata. Ha cambiato nazionalità e si è trasferita. E comunque non viveva in Russia. La maggior parte dei giocatori e delle giocatrici non vive in Russia. Nulla può fermarti se credi davvero in qualcosa. Evidentemente loro non la vedono così. Dopo quattro anni, le cose sono chiare: sappiamo da che parte stanno. E questo è un peso che devono portare loro, non io».
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