Jannik Sinner o della contendibile incontendibilità
La contendibilità è il cuore dello sport. Il campione trova la sua ragione d’essere nella possibilità d’essere sconfitto. Prendete Novak Djokovic: nessuno ha vinto tanto quanto lui, è ancora un Top 5 ma ce ne stiamo già dimenticando. Mi viene in mente un sonetto del 1818 di Percy Bysshe Shelley, “Ozymandias”, dal nome greco del faraone Ramses II. Vi si racconta di un viaggiatore che in una landa desertica trova i resti di una colossale statua spezzata: due gambe di pietra senza tronco e, accanto nella sabbia, un volto scolpito dall’espressione altera. Sul piedistallo, l’iscrizione: “Il mio nome è Ozymandias, re dei re: guardate le mie opere, o Potenti, e disperate!”. Intorno, solo sabbia che si estende a perdita d’occhio. La forza dell’immagine sta nel cortocircuito: il proclama d’invincibilità, della non-contendibilità, è ancora lì, mentre tutto ciò che pretendeva di celebrare è scomparso. Quando il dominio è pieno, le statue e gli archi – chiedetelo a Trump, che ne vuole uno per sé a Washington – svettano sulle case e sui palazzi e su chi li abita: nessuno mette in dubbio il Potere Attuale. Ma, quando si solleva il vento, la sabbia s’infiltra nelle fenditure minuscole, e lentamente le allarga. Intanto qualcuno ha già cominciato a erigere i monumenti ai nuovi potenti. Fuori di metafora: nell’era di Federer, Nadal e Djokovic, chi si ricordava più di Pete Sampras? E chi adesso, nell’era di Carlos e Jannik, cita ancora i Big Three?


Al momento, con Alcaraz fermo per infortunio, Sinner è tornato saldo in vetta al ranking mondiale. È reduce dai trionfi negli ultimi cinque Masters 1000: Parigi a fine stagione 2025, poi Indian Wells, Miami, Monte Carlo, Madrid. Oggi a Roma, contro Andrea Pellegrino, mette in archivio con il punteggio di 6-2 6-3 la sua trentunesima vittoria consecutiva a livello Masters 1000. Non perde una partita dal 19 febbraio, dai quarti del Qatar Open contro Jakub Mensik: ventisei vittorie consecutive in un bilancio stagionale di trentadue successi e due sconfitte (l’altra è quella a Melbourne contro Nole). Eppure mi sembra di vedere i granelli di sabbia (terra rossa, nello specifico) sollevati dal vento dal campo della BNP Paribas Arena, dove gioca Rafael Jodar. È lui il futuro che si presenta in anticipo. Lo spagnolo che un anno fa era il numero 707 del mondo regola Learner Tien 6-1 6-4 ed entra tra i Top 30. Il diciannovenne madrileno sembra, oggi, l’unico in grado di disturbare davvero Jannik e Carlos nel medio periodo, infilandosi nelle microscopiche crepe della loro apparente incontendibilità. Non si vedeva dai tempi di Rafael Nadal, nel 2005, un teenager ai quarti sia a Madrid, sia a Roma. Domani sera lo aspetta Luciano Darderi, l’italo-argentino reduce dall’impresa d’aver battuto in rimonta Alexander Zverev, numero 3 ATP. Sarà, quella sul Centrale, una di quelle partite che si guardano anni dopo dicendo: era già tutto chiaro lì.
Dopo il dramma all’ora di pranzo di Lorenzo Musetti, incapace di trovare l’equilibrio mentale e la freschezza atletica necessari per contenere Casper Ruud (6-3 6-1), Luciano Darderi ha dato spettacolo nel pomeriggio. Sotto 1-6 4-5 contro Alexander Zverev — che negli ultimi cinque Masters 1000 aveva perso sempre e solo contro Sinner — l’italo-argentino ha agguantato all’ultimo tuffo l’occasione del tie-break, che ha fatto suo grazie ai quattro match point falliti dall’avversario, prima di travolgerlo 6-0 nel terzo parziale. Zverev, in un’altra stagione, avrebbe vinto di sicuro. In questa no. E così Darderi diventa la “seconda linea che seconda non è”: uno che entra nelle stanze dove prima bussava senza che nessuno gli aprisse la porta. Parlando con i giornalisti dice: “Oggi ho battuto uno che qui a Roma ha già sollevato la coppa. Vincere a Roma è il sogno che da anni dico di voler realizzare: per ora sono ai quarti, il sogno è ancora vivo. E poi mi sento italiano, anche la Davis è un sogno nel cassetto, ancora non sono riuscito a realizzarlo, vedremo”.


Andrea Pellegrino merita un plauso particolare, come gli concede anche Jannik scrivendo “Grande Andrea” sull’obiettivo della telecamera al termine del match. Il pugliese nel secondo set ha tenuto il campo senza affatto sfigurare e resterà nella piccola storia degli Internazionali come il terzo uomo con il ranking più basso ad arrivare al quarto turno. Conosce Sinner dall’ormai famoso 1-6 1-6 del 2019 in Sardegna: ha fatto meglio oggi. Chiosa in conferenza stampa: “In alcuni scambi sentivo che potevo fargli male. Però dritto, rovescio, servizio, risposta: è impressionante. Serve in maniera incredibile, soprattutto nei momenti importanti, con una percentuale di prime che non ho mai sperimentato con chiunque io abbia giocato in carriera. Secondo me, è quello che fa la differenza”. A 29 anni, Andrea può stillare gocce di saggezza: “Dal di fuori la gente non si rende conto di quanto sia difficile competere ogni giorno, perché nel tennis ci sono tante variabili. Uno si può svegliare stanco, con un dolore, con qualcosa che non va: Jannik anche in quelle situazioni riesce comunque a tirar fuori il meglio di sé e a portare a casa le partite. Penso che quello sia un talento che ha solo lui al mondo”. È il ritratto di un campione, il cui lungo regno sarà, nel caso peggiore (o migliore?), condiviso con un paio di formidabili spagnoli, prima che la sabbia faccia il suo mestiere.
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