In Germania un insegnante su dieci è in malattia (18 prof assenti da 10 anni!). E in Italia? Il problema è lo stesso, ma nessuno (o quasi) lo dice: stessa scuola, stessi guai

L’anno scolastico in Germania è già in affanno, e non è solo questione di pochi supplenti. Il problema è strutturale, profondo, e assomiglia in modo inquietante a ciò che accade anche nelle nostre scuole. Manca personale, gli insegnanti sono esausti, e le assenze per malattia – molte delle quali lunghissime – trasformano ogni giorno in una corsa contro il tempo per coprire le cattedre vuote.
I numeri parlano chiaro. Secondo la Conferenza dei ministri dell’Istruzione tedesca, citata da Euronews, mancano l’equivalente di 27.000 insegnanti con formazione completa. Nonostante i Länder stiano provando a correre ai ripari con assunzioni extra, ingressi laterali e incentivi economici, la coperta è corta.
Soprattutto nelle materie scientifiche – matematica, fisica, chimica, informatica – ma anche in pedagogia speciale e discipline artistiche, il fabbisogno resta altissimo.
Il caso di Berlino è il più emblematico. Lì, 380 insegnanti sono in malattia da almeno un anno. Non è un refuso: 143 docenti di ruolo sono fermi da più di dodici mesi, 50 da oltre due anni, e ben 18 risultano assenti ininterrottamente da un decennio. Dieci anni di malattia. Un dato che non è solo statistico, ma racconta un malessere profondo, fisico e psicologico, che sta divorando la professione.
La situazione non è migliore in Nordreno-Vestfalia, dove il tasso di assenze per malattia tra i docenti sfiora il 10 per cento. In Assia, su 67.000 insegnanti, 225 sono malati da oltre un anno, e tra questi 16 hanno superato i cinque anni di assenza. Le cause? Stress psicologico e disturbi fisici, quasi sempre legati al carico di lavoro. Un meccanismo perverso: chi resta in servizio si carica sulle spalle il peso di chi manca, e così aumenta il rischio di ammalarsi a sua volta.
E il futuro non promette tregua. Oltre un terzo degli insegnanti tedeschi ha più di cinquant’anni. Tra qualche anno andranno in pensione in massa, e per formare nuovi docenti servono anni. Intanto gli studenti aumentano: si passerà da 11,2 a quasi 11,8 milioni entro il 2032. Più studenti, meno insegnanti, e quelli che ci sono sempre più stanchi. La ricetta perfetta per il collasso.
E in Italia?
Ma in Italia, siamo messi meglio? No. Solo che il nostro problema si manifesta in modo diverso. Da noi, la carenza di insegnanti è mascherata dal precariato strutturale. Ogni anno si ricomincia da capo con graduatorie, supplenze, nomine in extremis. Le assenze lunghe decennali come quelle di Berlino sono un’eccezione, ma il tasso di burnout è in forte crescita.
Le cause sono le stesse: classi sovraffollate, burocrazia asfissiante, rapporto conflittuale con le famiglie, mancanza di supporto psicologico. L’insegnante italiano si sente solo, schiacciato tra adempimenti inutili e responsabilità enormi, spesso senza gli strumenti per gestire il disagio degli studenti.
La denuncia dell’ANIEF
In Italia il sindacato ANIEF lancia un allarme che riecheggia gli stessi toni. Il burnout tra gli insegnanti italiani è ormai un fenomeno documentato e preoccupante, eppure la professione docente non viene ancora riconosciuta né come usurante né come particolarmente gravosa agli occhi della legge.
I numeri parlano chiaro: secondo uno studio di Vittorio Lodolo D’Oria, medico esperto di malattie professionali degli insegnanti, in Italia si registra circa un suicidio al mese tra i docenti. Negli ultimi dieci anni, dal 2014 al 2024, si sono contati 110 casi, con una media stabile di 10 all’anno. Un dato che il sindacato definisce come “una delle verità nascoste della scuola”, perché di questi drammi, dice il presidente nazionale ANIEF Marcello Pacifico, “non parla nessuno”.
La denuncia del sindacato autonomo è articolata e tocca diversi fronti. In primo luogo, l’ANIEF chiede che il burnout venga finalmente riconosciuto nel Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro, come materia di contrattazione sindacale. Oggi, invece, chi ne soffre si trova davanti a opzioni limitate e spesso costose, e il fenomeno viene ancora trattato come un problema individuale, non come una conseguenza di un sistema di lavoro usurante.
Le cause sono ormai chiare: carichi di lavoro insostenibili, burocrazia asfissiante e compiti sempre più gravosi.
In alcuni casi, i docenti si ritrovano a svolgere compiti che un tempo spettavano alle segreterie, finendo per trascurare l’attività didattica vera e propria. La mancanza di gratificazione professionale è una costante che emerge da tutti i questionari somministrati ai lavoratori.
Per questa ragione, l’ANIEF ha lanciato una petizione nazionale che ha già raccolto oltre 100.000 firme, chiedendo che il personale scolastico possa andare in pensione a 60 anni, con il riscatto gratuito degli anni di laurea, esattamente come già previsto per le forze armate e di polizia. Una richiesta che, secondo il sindacato, sarebbe non solo giusta ma anche “conseguenziale rispetto a una realtà sempre più tangibile”.
Segnali positivi, però, arrivano dalla politica. Il governo si è impegnato a istituire un Osservatorio permanente sul burnout del personale scolastico, un primo passo verso tutele strutturali per chi lavora nella scuola. Il sindacato, intanto, continua a sollecitare risposte concrete: “Il riconoscimento del burnout sarebbe il primo passo per ottenere indennizzi adeguati e, soprattutto, per evitare che docenti psicologicamente provati restino in aula fino a 70 anni”.
Quale lezione dalla Germania?
La vera lezione che arriva dalla Germania è che il problema non si risolve con un concorso straordinario o con qualche incentivo economico. Dietro quei 18 insegnanti malati da dieci anni c’è una generazione intera che si è spenta tra i banchi di scuola, logorata da un sistema che non ha saputo proteggerli.
E se non si comincia a prendere sul serio la salute mentale dei docenti, se non si riduce la burocrazia e non si alleggerisce il carico di lavoro, la scuola pubblica – tedesca, italiana, europea – continuerà a sprofondare.
Non è solo un problema di numeri. È un problema di persone. E se la scuola perde i suoi insegnanti, perde anche il suo futuro.
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