in Abruzzo 29 varietà da salvare

Ventinove risorse genetiche tra viti, olivi e alberi da frutto da caratterizzare, conservare e riportare in coltivazione per evitare che un patrimonio agricolo locale venga progressivamente perduto. È l’obiettivo del progetto europeo Aca 16 dedicato alla biodiversità agraria abruzzese, presentato nell’area archeologica di Iuvanum a Montenerodomo.
Capofila dell’iniziativa è la Bio Cantina Sociale Orsogna, affiancata dal Parco nazionale della Maiella con la sua Banca del germoplasma, dalle facoltà di Agraria delle università di Teramo e Perugia e dal Crea.
Il progetto, finanziato nell’ambito della Politica agricola comune 2023-2027, riguarda 29 risorse genetiche non ancora iscritte nella sezione regionale dedicata alla biodiversità agraria: 11 sono viticole, sette olivicole, mentre le altre comprendono varietà di melo, pero, castagno, mandorlo, agrumi e gelso.
Tra gli obiettivi figura anche la conservazione delle varietà direttamente in campo e presso la Banca del germoplasma della Maiella, oltre all’iscrizione di 70 nuovi “agricoltori custodi”, chiamati a mantenere e riprodurre sul territorio le colture tradizionali.
A illustrare il progetto è stato Camillo Zulli, direttore della Bio Cantina Sociale Orsogna, nel corso del seminario inserito nella dodicesima edizione di “Saperi e sapori antichi di Iuvanum”.
«La caratterizzazione e la salvaguardia delle antiche varietà ed ecotipi viticoli e frutticoli – spiega Zulli – rappresentano oggi una risposta concreta e urgente al rischio di erosione genetica, causato dalla diffusione massiva di cultivar moderne ad alta produttività che stanno progressivamente soppiantando gli ecotipi tradizionali».
Per Zulli la tutela della biodiversità non riguarda soltanto l’agricoltura. «La salvaguardia delle varietà antiche è anche presidio culturale, difesa del paesaggio rurale e motore di sviluppo per le comunità locali, in un equilibrio tra memoria e innovazione».
Proprio il territorio dei monti Pizzi offre già alcuni esempi del recupero di colture che rischiavano di scomparire. Tra questi c’è la “patata sessanta”, varietà locale dalla forma oblunga, con buccia rossa e pasta bianca e soda, tornata a essere coltivata anche grazie alla nascita di un’associazione di agricoltori custodi.
«Il percorso è iniziato circa sette anni fa grazie a una contadina che, seguendo la tradizione di famiglia, aveva continuato a coltivarla e l’ha così preservata dalla scomparsa – racconta il sindaco di Montenerodomo Angelo Piccoli –. Da allora siamo riusciti a moltiplicare la produzione, che rimane ancora modesta ma sta diventando un valore del territorio, con buoni margini di crescita».
Altro caso è il Ghiuppitt de Mundeneire, ecotipo locale di Sangiovese coltivato a Montenerodomo e seguito da cinque anni dalla Bio Cantina Sociale Orsogna. Oggi viene utilizzato per un vino inserito nel progetto “Pé nin perde la sumente”, dedicato proprio alla salvaguardia delle varietà tradizionali.
«Progetti di questo tipo rappresentano un fondamentale volano di crescita e sviluppo dell’area protetta – sottolinea il direttore del Parco nazionale della Maiella Luciano Di Martino –. Centrale è il coinvolgimento degli agricoltori come custodi della biodiversità».
Il recupero delle varietà antiche può assumere un ruolo ancora più importante di fronte ai cambiamenti climatici. Secondo l’etnobotanico Aurelio Manzi, nei prossimi decenni molte colture potrebbero progressivamente spostarsi verso quote più elevate.
«Ogni cento metri la temperatura si riduce mediamente di 0,6 gradi – spiega Manzi –. L’agricoltura tenderà a risalire in montagna, proprio dove sono ancora presenti moltissime varietà di vitigni e piante fruttifere abbandonate altrove e già adattate alle caratteristiche dei terreni e alle particolari condizioni climatiche. La riscoperta e la messa in produzione delle antiche cultivar rappresentano dunque un investimento per il futuro».
Al seminario hanno partecipato anche amministratori dei comuni dell’area, tecnici del Parco, studiosi e ricercatori, con un approfondimento dedicato anche all’area archeologica di Iuvanum e al legame tra patrimonio agricolo, paesaggio e identità delle comunità montane.
Source link




