Il terremoto di stanotte in Calabria: ecco tutto quello che c’è da sapere
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Un terremoto di magnitudo ML 6.2 (Mw 6.1) è stato registrato alle 0:12:35 del 2 giugno 2026 nel Mar Tirreno, lungo la costa calabra nord-occidentale. Secondo i dati dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), l’evento ha avuto una caratteristica che lo distingue dalla sismicità appenninica più nota: una profondità di circa 250 chilometri. Proprio la grande profondità ipocentrale spiega perché la scossa sia stata avvertita su un’area amplissima, dal Lazio alla Sicilia, senza tuttavia produrre i danni tipici dei terremoti superficiali.
Una profondità di 250 km legata alla subduzione
Nella regione tirrenica i terremoti profondi sono piuttosto frequenti. La causa, spiega l’INGV, è la subduzione della litosfera ionica sotto la Calabria: una dinamica tipica delle zone di contatto tra placche oceaniche e continentali, come quelle dei margini degli oceani Pacifico e Indiano. In Italia questo fenomeno si manifesta laddove la litosfera del Mar Ionio si approfondisce sotto l’arco calabro e il Tirreno meridionale. Il Mar Ionio rappresenta infatti il relitto di un antico oceano che occupava la regione del Mediterraneo, «subdotto» e in parte riassorbito nel mantello terrestre nel corso di decine di milioni di anni, prima sotto le Alpi e poi sotto gli Appennini. La sismicità profonda «disegna» così lo sprofondamento dello slab litosferico verso nord-ovest.
Le sezioni verticali elaborate dall’INGV (mappa e sezione di P. De Gori, INGV-ONT) mostrano la sismicità dal 2005 a oggi con profondità superiori ai 30 km: circa 11 mila terremoti, di cui un centinaio con magnitudo pari o superiore a 4.0 e circa 500 con magnitudo pari o superiore a 3.0. L’evento del 2 giugno si colloca in una porzione dello slab quasi verticale, prima della parte più profonda che mostra un’immersione più graduale.
Perché in molti hanno pensato a due scosse distinte
La stazione sismica GIZZ, situata a Gizzeria (CZ) a nord di Lamezia Terme e a circa 38 km dall’epicentro, ha registrato un dettaglio rivelatore: tra l’arrivo dell’onda P e quello dell’onda S sono trascorsi circa 25 secondi, un intervallo molto ampio dovuto alla notevole profondità ipocentrale. A parità di distanza, un terremoto crostale e superficiale tipico dell’Appennino avrebbe prodotto uno scarto di appena 5 secondi.
Proprio questo ritardo ha indotto molte persone a ipotizzare che si fossero verificate due scosse separate. In realtà, sottolinea l’INGV, si tratta di due diverse tipologie di onde — longitudinali (P) e trasversali (S) — generate dal medesimo terremoto. La marcata differenza tra i tempi di arrivo, osservabile anche a brevi distanze epicentrali, è una firma caratteristica degli eventi sismici molto profondi.
Dove è stato avvertito: dal Lazio alla Sicilia
Il risentimento sismico in superficie per gli eventi profondi è molto esteso ed è caratterizzato dalla percezione di onde a più bassa frequenza rispetto a quelle ad alta frequenza tipiche dei terremoti superficiali. La scossa è stata avvertita diffusamente dalla popolazione dal Lazio alla Sicilia, come testimoniano gli oltre 7.400 questionari compilati sul sito INGV «Hai sentito il terremoto?». I segnali registrati dalla Rete Sismica Nazionale integrata, ordinati per distanza fino a circa 1.500 km, confermano il quadro: i primi arrivi delle onde P e delle onde S evidenziano la separazione temporale che identifica senza ambiguità un terremoto a grande profondità.
Fonte dati e immagini: INGV — Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (terremoti.ingv.it; elaborazioni di P. De Gori, INGV-ONT; Progetto RS).
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