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Il ruolo delle raffinerie nell’aumento del prezzo dei carburanti

Cosa ci sia dietro i rincari alla pompa di carburante che tormentano gli automobilisti di rientro dalle vacanze e turbano il sonno di Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti è noto. A pesare è la crisi energetica scatenata dalla guerra di Donald Trump e Bibi Netanyahu all’Iran, che ha spinto verso l’alto i prezzi del petrolio. Ma negli ultimi mesi, complice l’intensificazione degli attacchi ucraini contro le infrastrutture russe, a peggiorare la situazione ha contribuito un altro fattore – slegato dal valore del barile – che impatta pesantemente sul conto finale al distributore. E aiuta a capire sia l’apparente paradosso per cui spesso anche quando il Brent è in discesa i prodotti raffinati rincarano, sia la scarsa efficacia di costose misure di sostegno come il taglio delle accise. Il fatto è che nel mondo, e in Europa in particolare, manca capacità di raffinare petrolio.

Secondo calcoli di Reuters basati su dati dell’Agenzia internazionale dell’energia, a sei mesi dall’inizio del conflitto in Iran oggi quasi metà dell’offerta mondiale di petrolio proviene da Paesi interessati da conflitti o altre “gravi interruzioni”. Iran, Russia-Ucraina, Libia e Venezuela producevano nel 2025 circa 45 milioni di barili al giorno, oltre il 43% dell’offerta mondiale. Non solo: il conflitto in Medio Oriente ha messo fuori uso oltre un quinto della capacità di raffinazione della regione (9,6 milioni di barili al giorno). A questo si somma il fronte russo: se almeno sulla carta l’Ue ha vietato quasi del tutto l’acquisto di petrolio e prodotti raffinati russi trasportati via mare, gli attacchi dei droni ucraini contro le raffinerie russe si scaricano comunque sul prezzo che paghiamo al distributore.

Prima dell’inizio della guerra contro l’Ucraina, la Russia era infatti uno dei maggiori esportatori mondiali di diesel via mare, con clienti soprattutto in Turchia, Africa e America Latina. Gli attacchi mirati di Kiev alle sue raffinerie ne hanno messo fuori servizio una quota importante, tanto che da luglio il Cremlino ha vietato le esportazioni di benzina e gasolio per tutelare il mercato interno e in agosto ha iniziato a importare carburanti. Così chi comprava da Mosca ora deve rivolgersi ad altri fornitori e la concorrenza per aggiudicarsi i carichi disponibili è sempre più agguerrita.

I dati confermano la dimensione dello choc: sempre secondo dati dell’Aie, nel secondo trimestre le raffinerie mondiali hanno lavorato 5,1 milioni di barili al giorno in meno rispetto allo stesso periodo del 2025 mentre la domanda di prodotti raffinati è scesa solo di circa 4 milioni di barili al giorno. In Europa il problema si somma a una riduzione della capacità di raffinazione accumulata negli anni. Gli impianti operativi nel Vecchio Continente al momento sono 94, contro i 117 del 2009. In Italia, che pure nel 2025 è stata esportatrice netta di gasolio, ne restano 11. Avere pochi impianti rende più complicato aumentare l’offerta per assorbire lo squilibrio.

Il risultato è che, dopo lo stop all’export russo, il “crack spread” del diesel – cioè la differenza tra costo del barile di petrolio e valore del prodotto raffinato – in Europa ha toccato livelli record, arrivando secondo Barclays a 80 dollari al barile, contro i 20 di inizio anno. Con effetto domino sulle quotazioni dei prodotti raffinati scambiati all’hub di Amsterdam-Rotterdam-Anversa, riferimento anche per l’Italia. La benzina, che nel weekend del controesodo ha sfondato di nuovo la soglia psicologica dei 2 euro al litro, risente dello stesso collo di bottiglia.

Legittimo, davanti ai numeri delle ultime settimane, chiedersi quanta parta dei maxi margini di raffinazione serva a riequilibrare domanda e offerta e quanto finisca invece a ingrassare i profitti dei big del comparto. Non a caso il tema viene sollevato anche nella lettera di Italia, Germania, Austria, Polonia, Portogallo e Spagna alla presidenza irlandese di turno dell’Ue per sollecitare un quadro comune sulla tassazione degli “extraprofitti energetici”: “E’ fondamentale che si ricevano al più presto i risultati dell’indagine europea sui margini delle raffinerie” per verificare che “non stiano approfittando dell’attuale situazione energetica”. La scorsa primavera la Francia, in particolare, aveva chiesto alla Commissione europea di verificare eventuali abusi.

In attesa dell’esito dell’istruttoria, questo corto circuito spiega perché, come hanno rilevato gli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, i costosi interventi di taglio delle accise sono poco efficaci: tendono ad essere rapidamente “fagocitati” dall’aumento del prezzo e dei margini. Per lo stesso motivo anche la tassazione degli extraprofitti, di cui Roma chiede si discuta al prossimo Ecofin, può avere senso dal punto di vista redistributivo ma lascerebbe irrisolto il nodo del meccanismo di formazione dei prezzi sui mercati internazionali.


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