Cisgiordania Occupata, assedio a Qusra: coloni e soldati bloccano cibo e libertà
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha tenuto, presso il quartier generale del Comando Centrale delle Forze di Difesa Israeliane (Idf), un vertice “sulle sfide alla sicurezza” nella Cisgiordania occupata. Lo ha riferito l’ufficio del primo ministro precisando che erano presenti il ministro della Difesa, Israel Katz, il Capo di Stato Maggiore dell’Idf, Eyal Zamir, il Capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale, Shmuel Ben Ezra, oltre ai vertici del Comando Centrale, della Direzione dell’Intelligence Militare, della Direzione Operazioni e della Divisione della Cisgiordania, insieme ad altri alti funzionari.
Secondo The Times of Israel, la riunione è stata convocata dopo che un uomo israeliano è rimasto ferito in modo non grave in un attacco a coltellate vicino al villaggio palestinese di al‑Auja, nella Valle del Giordano (l’Idf ha arrestato un palestinese di 16 anni sospettato dell’aggressione) e in un contesto di aumento degli attacchi dei coloni contro i palestinesi e le loro proprietà. Nella sola giornata di lunedì, riferisce l’agenzia Wafa, le forze israeliane hanno arrestato due palestinesi durante raid nei pressi di Betlemme, dato fuoco a parti di un’industria di alluminio vicino a Ramallah, arrestato diversi residenti a Jenin, costruito nuovi checkpoint a Qalqilya e attaccato abitazioni nel villaggio di Tal, vicino a Nablus.
Sempre a Nablus, nel campo profughi di Akar, domenica è stato ucciso Islam Ajuri, 14 anni, durante un raid dell’esercito israeliano, secondo quanto dichiarato dal Ministero della Salute palestinese. Fonti locali hanno confermato a The New Arab che il ragazzo è stato colpito al petto da un proiettile quando l’Idf ha aperto il fuoco contro un gruppo di bambini durante la ritirata dal campo. La Mezzaluna Rossa ha tentato la rianimazione prima del trasferimento in ospedale, ma il giovane non ce l’ha fatta.
Le operazioni dell’Idf sono proseguite anche a Qusra, dove l’assedio imposto dai coloni di Tel Talpiot dura da oltre due settimane e l’area è stata dichiarata zona militare. Dalla scorsa settimana sono arrivati i soldati israeliani che, invece di allontanare i coloni, hanno rafforzato l’assedio, bloccando le consegne di cibo alle famiglie. Mariam Hassan racconta che la casa di suo fratello Youssef è ancora occupata, così come molte altre. Youssef, sua moglie Ruqaya e le figlie Kinda (4 anni) e Hoor (2 anni) si sono trasferiti in una casa che batte bandiera statunitense, dove vive Luay Abu Rida, cittadino palestino‑statunitense rientrato dall’Ohio per difendere l’abitazione costruita con i risparmi accumulati a Toledo, dove ha avviato un’attività di stazioni di carburante e autolavaggi.
A Qusra ogni movimento continua a essere interdetto: l’area è militarizzata e non è possibile uscire nemmeno per fare la spesa. “Domenica scorsa l’Unicef ha consegnato un pacco alimentare. Da allora più nulla. Solo l’altro ieri qualche cetriolo e pomodoro perché i soldati impediscono la consegna dicendo che deve essere coordinata”, spiega Mariam. “E quando il cibo arriva, viene consegnato a casa di Abu Rida che però non può portarlo alla casa accanto”, aggiunge. In quella casa vive la madre di Mariam: “Ha 60 anni e sta a venti metri da me, ma non posso portarle nulla”, ci spiega Abu Rida condividendo una foto alla finestra mentre osserva il gazebo costruito dai coloni, dove talvolta si riparano anche i soldati. Accanto a lui una ciotola di fichi e due melograni che non può condividere con le circa quindici persone intrappolate a Qusra.
Il sindaco Abdul Azim Wadi, citato da Middle East Eye, conferma che l’esercito blocca o ritarda gli aiuti, nonostante il coordinamento con l’Ufficio Onu. Le consegne dell’Unicef, racconta, venivano lasciate per ore sotto il sole, deteriorandosi prima che i soldati autorizzassero le famiglie a ritirarle. “Stiamo cercando di coordinarci con diverse parti, ma ci troviamo di fronte a notevoli restrizioni e ci è vietato raggiungere quelle abitazioni”, ha dichiarato. I residenti si sporgono dai tetti e dalle finestre per osservare i movimenti dei coloni e dei soldati, che invece circolano liberamente. Dalla casa di Youssef vengono buttati gli oggetti personali che hanno presto formato a terra subito una montagna di vestiti e oggetti indefiniti. Nel video condiviso da Mariam si sente Abu Rida affrontare i soldati: “Qual è il tuo nome? State buttando le sue cose dal balcone!”. Il soldato Idf risponde: “Questa è la mia proprietà”. Abu Rida ribatte: “Non è tua. È casa sua, lui è qui con me: è il proprietario”. Dal tetto si vede anche la casa del fratello di Abu Rida, dove l’esercito si è stabilito gettando la spazzatura nel pozzo.
Le camionette militari percorrono i crinali delle colline, le bambine le riconoscono subito e sul loro viso compare un’espressione che non lascia presagire nulla di buono. “Zio, ci hanno portato via i nostri giocattoli”, ha detto Hoor ad Abu Rida. “Quando avremo di nuovo i nostri giochi?”, ha continuato. Abu Rida promette: “Un giorno li riavete”. La bambina ora sta meglio dopo le cure ricevute, ma insieme alla sorella ha sviluppato l’enuresi notturna.
L’assedio pesa soprattutto su di loro, ha raccontato Ruqaya a Middle East Eye: “Per loro la paura è una costante. Per quanto cerchi di convincerle che la situazione è normale, per loro è chiarissimo che non lo è. Non si sentono al sicuro chiuse in casa”. Le pressioni per andarsene erano già crescenti prima dell’assedio, ora, al sedicesimo giorno, si sono intensificate. “Cercavano sempre di convincerci a lasciare la casa, ma grazie a Dio siamo ancora qui, forti e saldi”.
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