il racconto choc della donna che ha sfidato il branco in centro
SAN BENEDETTO Una serata come tante, il rientro a casa dopo una visita in ospedale, la frustrazione di dover parcheggiare lontano. Poi, nel buio di un sabato sera il terrore e la rabbia. È la cronaca di un incubo lucido, raccontata in prima persona da chi si è trovato, improvvisamente, a fare da scudo umano tra un ragazzo terrorizzato e un branco inferocito in pieno centro, zona piazza Garibaldi.
La cronaca
«Un vero e proprio branco, venti contro uno – dice la persona protagonista che, ovviamente, non intende comparire».
Il racconto parte dal silenzio interrotto dalle grida: «Mentre camminavo verso casa, ho sentito gridare aiuto da un ragazzo. Non riuscivo a vederlo, così ho continuato a camminare finché non mi è spuntato davanti da una traversa, mettendosi dietro di me e chiedendomi aiuto».
In pochi secondi, la strada si trasforma in uno scenario da guerriglia urbana: «Nel frattempo, dall’angolo sono spuntati altri due ragazzi con alcune cinture in mano. Ho provato a fermarli, chiedendo per favore di non farmi assistere a certe scene, ricordando loro che non è possibile usare sempre la violenza». Ma l’appello alla calma è stato represso. «Il ragazzo è scappato e, in un attimo, sono arrivati altri dieci, forse quindici ragazzi – alcuni incappucciati e armati di catene, praticamente un vero e proprio branco, quasi venti contro uno».
Davanti al branco cerca il dialogo
Davanti alla furia del gruppo, la testimone non si gira dall’altra parte. Cerca il dialogo, uno squarcio di razionalità che sembra non abitare più in quella generazione: «Ero sulla strada, ho chiesto loro il perché di tanta furia, ho provato a farli ragionare ma ormai la violenza è diventata l’ordine del giorno, l’unico strumento per far valere la propria forza e la propria persona».
La chiamata ai carabinieri
Quando la situazione precipita, è scattato il tentativo di chiedere aiuto, scontrandosi però con le minacce del branco: «Ho preso il telefono per chiamare i carabinieri. Alle mie spalle uno di loro ha detto “Togli quel telefono”, pensando di intimorirmi. Gli ho risposto che, da persona civile, era la cosa giusta da fare e di continuare a mostrarsi per quello che è veramente: è scappato». Resta però la paura profonda, quella che cambia il modo di vivere il proprio quartiere: «Ma dico io: dobbiamo davvero arrivare a questo? Dobbiamo avere paura di rientrare a casa nostra? Dove andremo a finire? Non è la prima volta che segnalo atti vandalici o violenze nella mia zona».
L’appello
Di qui l’appello ad una maggiore presenza di forze di polizia nella zona del centro dove la movida molesta è tornata con prepotenza e dà l’occasione di assistere a scene di questo tipo. La testimone ha già inviato al Protocollo del Comune una Pec nella quale racconta i fatti e domani è stata convocata dalle forze dell’ordine. Quindi la riflessione amara nella quale la testimone unisce i fatti locali a alla cronaca nazionale: «Questo scenario evidenzia il fallimento educativo e valoriale della nostra società, causato da famiglie che non insegnano il sacrificio, dal perbenismo diffuso e dalla perdita di rispetto verso le forze dell’ordine, spesso frenate dal timore di gogne mediatiche».




