Il ‘Patto di cura’? Un girone dantesco in cui disabili e caregiver devono scendere
di Rosamaria Fumarola
Ci riempiamo la bocca di belle parole, ci sentiamo tutelati dalle leggi, dal buon senso che ci pare di vedere intorno a noi, dai proclami del politico che abbiamo votato ed andiamo avanti tenendoci strette le tutele che siamo stati in grado di costruirci. Tutto sembra che regga, fino a quando non entriamo in un pronto soccorso e la prima cosa che constatiamo è che il soccorso se c’è non è mai pronto, così come non è mai pronta una cura di cui abbiamo urgente necessità. La civiltà occidentale arretra infatti con vergogna di fronte alle liste d’attesa incise sulla pelle dei cittadini. Insomma, la vita è sacra fino a quando non metti piede in un ospedale e, ad onta di quanto si immagini, anche nelle strutture private regna la barbarie. Gli ambulatori privati hanno infatti clienti, non pazienti e non offrono garanzie formali, se non quella di rilasciare regolare ricevuta dopo regolare pagamento.
La sanità è in Italia il terreno sul quale lo scontro tra gli attori sociali perde ogni orpello e si veste di cinismo assoluto e per cui un individuo può essere sfruttato ad oltranza perché la sua paura gli impone di accettare qualunque compromesso. L’universo poi delle misure pensate per sostenere chi sia caregiver di un disabile sembra ispirarsi alla stessa ratio. Si annuncia lo stanziamento di fondi per finanziare questo o quel sostegno, presentato come risolutore di problematiche gravissime. Se ne dà notizia, invitando coloro che vivono il disagio a presentare domanda, seguendo le indicazioni del bando ovunque visionabile. Il cittadino comprenderà presto ed a proprie spese che dovrà iniziare una brutale corsa ad ostacoli, in cui anche la sola comprensione del bando richiederà un livello di altissima scolarizzazione.
È il caso del cosiddetto “Patto di Cura”, una misura declinata in ogni regione del Belpaese per sostenere chi assiste un familiare gravemente malato. A costoro, se assumono una figura con cui dividere la cura del disabile, ogni mese verrebbe corrisposta la somma necessaria al pagamento dello stipendio, dei contributi e di tutti gli oneri previsti dalla legge per l’assunzione di una figura terza o dello stesso familiare caregiver. Ragionevolmente, non avendo certezza che la domanda venga accolta e la misura finanziata, è consigliabile che si proceda con la regolare assunzione solo dopo essersi accertati di rientrare nelle graduatorie.
Per dare un’idea, seppur pallida, del girone dantesco in cui il cittadino volontariamente ha scelto di scendere, basterà precisare che visionare gli elenchi degli ammessi al beneficio è quasi impossibile. Non si trovano infatti sulla piattaforma dedicata dalla Regione, ma in un remoto sottomenù del sito del Comune, che ciascuno riuscirà a trovare dopo aver smanettato per ore sul proprio device. Tutto ciò sarebbe in fondo accettabile se non fosse che i danari, che nel frattempo il richiedente paga alla figura assunta, non vengono restituiti secondo una cadenza mensile, ma secondo un pericoloso sine die che espone le famiglie al collasso finanziario. Sono stati tanti i nuclei che hanno acceso un mutuo per affrontare le spese di cui il pubblico avrebbero dovuto farsi carico direttamente e che faranno richiesta della misura per il secondo anno, senza che abbiano mai ricevuto anche il pagamento di una sola mensilità del primo.
Dal 2023, anno in cui la misura fu introdotta, le proteste di quanti si sentono truffati dalla Regione non si contano, sebbene non tutte le Regioni italiane risultino inadempienti. In buona sostanza si accede al “Patto di Cura” solo se si dispone di risorse che permettano di affrontare le spese imposte, altrimenti al vulnus della tragedia di un familiare gravemente malato, a cui si assiste quotidianamente ferendosi senza poter mai guarire da quel dolore, si potrebbe aggiungere il tracollo finanziario della famiglia intera, vessata da un mutuo o peggio dai prestiti chiesti agli strozzini perché non si hanno nemmeno i requisiti necessari per accedere a quelli bancari.
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