Il grande furto del formaggio: ventidue tonnellate di cheddar evaporate con una mail
Una domanda rimbalza dolente tra i rinomati caseifici del Somerset e del Galles. Nessun investigatore della Metropolitan Police ha ancora saputo risolverla del tutto: chi vuole, e soprattutto cosa ci fa, con ventidue tonnellate di formaggio? Non lingotti d’oro, non diamanti, non criptovalute. Formaggio. Cheddar artigianale, clothbound, stagionato con certosina pazienza, avvolto in fasciatura di tela come si faceva tre secoli fa. Novecento cinquanta forme che scompaiono in un magazzino londinese come per incanto.
La mail del fantasma francese
Tutto comincia con una mail all’apparenza innocua, standard. Oggetto: Enquiry for a lot of cheese. L’acquirente si presenta come grossista per conto di un grande distributore francese: nome altisonante, carta intestata impeccabile, tono da negotiation room parigina. Neal’s Yard Dairy, fondata nel 1979 a L0ndra, sotto i mattoni rossi di Covent Garden e oggi consacrata come uno dei più venerati templi del formaggio artigianale britannico, non ha motivo di dubitare. Il mercato transalpino ama il cheddar britannico. Gli ordini grandi esistono. Il mondo del formaggio di qualità è un mondo di fiducia, di relazioni, di strette di mano, anche quando avvengono via posta elettronica.
Certo che l’ordine che arriva alla fine di ottobre 2024 è imponente: novecentocinquanta forme di cheddar pregiato, circa ventidue tonnellate, per un valore che supera le trecentomila sterline: quasi quattrocentomila dollari. Neal’s Yard contatta tre piccoli caseifici artigianali: il Westcombe Dairy nel Somerset, il Trethowan Brothers con il suo Pitchfork Cheddar, e la Holden Farm Dairy nel Galles, che produce il pregiato Hafod. Quest’ultimo risulta così rinomato che il truffatore inizialmente ne chiede ventiquattro tonnellate, ovvero i tre quarti dell’intera produzione annua del caseificio gallese. La risposta è un educato ma fermo diniego: impossibile, di quel formaggio ne abbiamo solo due tonnellate e mezzo da cedere.
Un furto semplicissimo
La merce viene consegnata in un magazzino londinese. Poi sparisce e basta, con la placida, insopportabile impudenza di chi sapeva già come sarebbe andata a finire. Quando Neal’s Yard si accorge della truffa, il formaggio non c’è più, il grossista francese non è mai esistito, e l’azienda londinese si trova con un buco di oltre trecentomila sterline nei conti.
Quello che accade dopo racconta qualcosa di importante sull’ecosistema in cui questa storia si svolge. Neal’s Yard decide di onorare integralmente i pagamenti ai tre caseifici artigianali, assorbendo da sola il colpo finanziario. Non era obbligata a farlo. Lo ha fatto lo stesso. «Il processo per fare quel formaggio è cominciato quasi tre anni fa», ha detto Tom Calver di Westcombe Dairy, «quando abbiamo piantato i semi per il foraggio degli animali». Il cheddar artigianale non è un prodotto industriale: è tempo, cura, terra, bestiame, mani. Truffare chi lo produce non è soltanto un reato economico. È qualcosa che assomiglia, in piccolo, a un sacrilegio.
Patrick Holden, produttore dell’Hafod gallese, ha aggiunto con lucidità disarmante: «Potrebbe sembrare ingenuo cadere vittima di una truffa, ma nel mondo del formaggio artigianale la fiducia è profondamente incorporata in ogni transazione». Ed è proprio questa fiducia – questa vulnerabilità strutturale di chi lavora con la qualità anziché con le quantità – che il truffatore ha saputo individuare e sfruttare con chirurgica precisione.
L’inchiesta, gli arresti, il mistero irrisolto
La Metropolitan Police ha aperto un’indagine. Sei persone sono state fermate nel corso dei mesi successivi – uomini tra i trentasette e i sessantatré anni – tutti rilasciati sotto indagine. Nessuna condanna ancora, nessun formaggio recuperato. Il caso rimane aperto, avvolto in un alone di grottesca surrealtà. Come si smerciano, sul mercato nero o grigio, ventidue tonnellate di cheddar pregiato? A chi? Chi è il destinatario finale di una simile refurtiva?
«Ci siamo chiesti tutti: chi vuole tutto quel formaggio?», ha confessato Ben Ticehurst, mastro casaro del Trethowan Brothers. «Se non sei un supermercato, cosa ci fai con ventidue tonnellate di cheddar? È un rebus».
La risposta più probabile è che quelle novecento cinquanta forme
siano già state rivendute, sminuzzate nei mercati all’ingrosso, magari in parte già consumate. Qualcuno, in qualche angolo d’Europa, ha divorato – o sta per farlo – formaggio straordinario senza conoscerne la provenienza.
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