Friuli Venezia Giulia

Il caos come sistema: la nuova guerra americana e l’illusione del controllo

22 aprile 2026 – ore 18:00 – Premessa – Mentre l’attenzione del mondo sembra concentrata sulle possibili e auspicate negoziazioni tra Stati Uniti e Iran, appare chiaro che qualsiasi esito di questo assurdo conflitto avrà ripercussioni sul futuro di Israele, del Libano, di Gaza e sull’intero Medio Oriente. Mentre assistiamo, increduli e totalmente inermi, a tutto questo scempio, il conflitto in Ucraina si trascina stancamente nel sostanziale silenzio generale, alimentato non solo da Mosca e Kiev, ma anche, non dimentichiamolo, da qualche Paese della vecchia Europa che sembra voler rivivere antichi sogni imperiali, definitivamente tramontati. In questi giorni ho cercato di guardare dall’esterno gli avvenimenti che si susseguono e sono giunto alla conclusione che questi ultimi anni stanno sancendo, tra molto altro, la fine della filosofia bellica del prussiano Clausewitz, sintetizzabile nella famosa frase “la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi”.

Oggi la guerra sembra essere solo “una sporca, ipertecnologica e assurda guerra”, volta unicamente a imporre il dominio con la forza; il tutto accompagnato, in Europa, da una ricerca affannosa di riarmo, creando minacce ad arte, senza una visione logica al di fuori di un vile e immediato interesse economico-finanziario. Non dimentico certamente i fenomeni terroristici e i regimi repressivi che impunemente soffocano con il sangue ogni anelito di pace e libertà; tuttavia, questo sviluppo di pensiero “bellico”, sostenuto fortemente da Bruxelles e non solo, ci lascia perplessi, increduli e attoniti.

L’incerto futuro dell’America

In tale cornice, la guerra intrapresa da Washington, sotto la probabile pressione israeliana, ha manifestato drammaticamente una totale incomprensione americana non solo dei rischi militari, ma anche dell’assenza di una reale analisi politica preventiva. Come spesso ricordiamo parlando di conflitti, “una guerra si sa sempre come inizia, non si sa mai come finisce”, perché la guerra è sempre imprevedibile e l’irrazionalità nei conflitti armati ne rappresenta una peculiare manifestazione. Questa politica estera americana, definita da alcuni uno “stop and go” permanente, sta logorando le cancellerie occidentali, indebolendo la leadership statunitense e creando scompiglio nei mercati. Da un lato la sospensione dell’offensiva, dall’altro il mantenimento della pressione: una combinazione che tiene aperto il conflitto senza farlo esplodere completamente. Una crisi perenne decisamente pericolosa. In ogni caso, in questi giorni continuiamo ad assistere a continui attacchi americani agli alleati europei, trattati come clientes e non come partner. Aspettiamoci, pertanto, il giorno dopo la fine della guerra con l’Iran, una possibile nuova architettura di sicurezza americana per il continente europeo e… nuove ondate di dazi.

In tale contesto sono pienamente d’accordo con una recente analisi di Robert Kagan, storico ed esperto di politica estera, membro del Brookings Institution e del Council on Foreign Relations, con sede a New York, il quale ha affermato che la guerra tra Stati Uniti e Iran ha esacerbato i pericoli della nuova realtà multipolare, acuendo le divisioni tra gli Stati Uniti e gli ex alleati; rafforzando la posizione delle grandi potenze espansionistiche, Russia e Cina; accelerando il caos politico ed economico globale; e lasciando gli Stati Uniti più deboli e isolati che in qualsiasi altro momento dagli anni ’30. In tutta questa confusione, inoltre, il noto Alan Friedman ha affermato che questa crisi sta favorendo sia Mosca sia Pechino. La Federazione russa sta traendo enorme vantaggio dall’aumento dei prodotti energetici, petrolio in primis, garantendo un sostegno economico rilevante anche nel conflitto con l’Ucraina.

E la Cina?

Senza dubbio anche Pechino sorride. Vedere un’America divisa, incerta e impulsiva rafforza la percezione della Cina come partner economico solido e affidabile. Non appare casuale che gli analisti americani siano concentrati sulla possibile visita di Trump a Pechino, prevista per il 14 maggio. Inoltre, l’Amministrazione Trump appare preoccupata per le elezioni di midterm di novembre. Alcuni analisti ritengono che il calo nei sondaggi, l’inflazione e la disoccupazione possano spingere Trump verso nuove azioni irrazionali, tra cui Cuba. L’Avana sembra offrire gli elementi di un copione già visto: cambio di regime, blocco navale, minacce. Un possibile “Venezuela 2”, carico di reminiscenze storiche, legate al tentativo americano, mai riuscito, di controllo dell’isola caraibica. Una mossa che difficilmente potrà sanare la frattura interna con l’elettorato MAGA. Questo movimento si sente infatti tradito, dopo le promesse di fine delle guerre infinite americane. Il dossier cubano dovrà quindi essere valutato con estrema attenzione, anche per le sue ricadute psicologiche sulla società americana. L’Amministrazione americana dovrà, in estrema sintesi, necessariamente valutare se la possibile “operazione Cuba” possa rappresentare realmente l’inizio di una risalita nei consensi o rischi di segnare, piuttosto, la resa definitiva di Trump davanti ai suoi elettori.

Conclusione

Pochi giorni orsono, andando a visitare il Vittoriale degli Italiani, a Gardone Riviera, dell’incredibile, controverso, istrionico e idealista Gabriele d’Annunzio, mi sono soffermato di fronte alla seguente frase, incisa in lettere dorate sopra lo specchio nella Stanza del Mascheraio, dove il poeta e scrittore faceva attendere gli ospiti sgraditi, facendoli aspettare spesso per ore:

“Al visitatore:
Teco porti lo specchio di Narciso?
Questo è piombato vetro, o mascheraio.
Aggiusta le tue maschere al tuo viso
Ma pensa che sei vetro contro acciaio.”

La scritta venne collocata nel maggio 1925, in occasione della seconda visita di Benito Mussolini al Vittoriale. D’Annunzio, secondo diversi storici, intendeva ricordare al Duce che, nonostante il potere, era “vetro” (fragile) di fronte all’“acciaio” (la forza morale e artistica) del Poeta.

Un monito che appare perfettamente adatto per descrivere il tempo che viviamo; cambiano gli attori sul palcoscenico della storia, ma la sete di dominio e la deriva verso la tirannia, di memoria platonica, sembrano restare immutate.

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

Articolo di Stefano Silvio Dragani




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