Società

Il 44% degli studenti non capisce la matematica: la scuola arretra nonostante la fiducia delle famiglie. I dati Eurispes

La scuola italiana gode ancora di un credito diffuso. Il 68 per cento dei cittadini dichiara fiducia nell’istruzione pubblica, mentre il 73,7 per cento guarda con favore all’università. Numeri alti, superiori a quelli raccolti da Parlamento e Governo.

Eppure, il 38° Rapporto Eurispes 2026 descrive un sistema in sofferenza su quasi tutti i fronti.

Le competenze degli studenti restano critiche. Il 39 per cento dei ragazzi non raggiunge livelli adeguati in lettura. In matematica la situazione peggiora: il 44 per cento non padroneggia le conoscenze di base previste per il proprio ciclo scolastico. Entrambi i dati si collocano stabilmente al di sotto della media Ocse.

L’abbandono scolastico precoce, pur essendo sceso sotto la media europea, continua a colpire con più violenza il Mezzogiorno e le periferie urbane. Nelle regioni meridionali la dispersione implicita – gli studenti che terminano gli studi senza competenze sufficienti – supera il 20 per cento in Calabria, Sicilia e Sardegna, mentre al Nord resta sotto il 10 per cento.

Il corpo docente rappresenta un altro tassello di fragilità. Gli stipendi degli insegnanti italiani sono tra i più bassi d’Europa e non registrano crescite reali da decenni. Un elemento che incide sulla capacità del sistema di attrarre e trattenere professionisti qualificati.

Sul versante universitario il quadro non è più rassicurante. Il Fondo di Finanziamento Ordinario per il 2025 ammonta a 8,28 miliardi di euro, in crescita nominale ma sostanzialmente stagnante in termini reali una volta deflazionata l’inflazione. Tra il 2012 e il 2022 la quota strutturale del fondo si è ridotta dal 75,9 al 25,5 per cento, mentre è salita la parte premiale, legata a indicatori di performance non sempre trasparenti.

Un dato allarma in particolare: il rapporto iscritti-docente nelle università telematiche tocca 139,5 a 1, lontanissimo dalla media Ocse di 15 a 1 e ben superiore a quello delle statali (29,4 a 1) e delle non statali (35 a 1). Un’evidenza che solleva interrogativi sulla qualità della formazione offerta da questi atenei, cresciuti del 169 per cento in termini di iscrizioni tra il 2010 e il 2019.

Il rapporto segnala, infine, un paradosso culturale. Mentre il mondo accelera, la scuola italiana sembra frenata in un ingranaggio bloccato. I docenti dovrebbero insegnare ai giovani non come usare gli strumenti digitali – che già padroneggiano – ma come non esserne usati. Un obiettivo che richiede tempo, risorse e una revisione profonda delle metodologie didattiche. Nessuna di queste condizioni è oggi pienamente soddisfatta.


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