Cultura

Zucchero – Sting – Perigeo – King Crimson, Arena Santa Giuliana, Perugia

Sting 3.0 – World Tour (3 luglio)

Negli ultimi anni sono saliti sul palco di Umbria Jazz nomi illustri, ma nessuno nella storia più e meno recente della rassegna ha rappresentato per il festival perugino quello che rappresenta Sting. Il concerto allo Stadio Renato Curi del 1987, insieme a Gil Evans, appartiene a quel genere di eventi che non si limitano ad arricchire una storia, ma finiscono per deviarne il corso. Da quel giorno Umbria Jazz cominciò ad essere, in maniera più compiuta, il festival che conosciamo oggi. Dopo quel concerto davanti a venticinquemila persone, Sting sarebbe tornato a Perugia soltanto un’altra volta, nel 2012, in versione rock, con percussioni, fiati e tastiere. Eppure, questo nuovo approdo all’Arena Santa Giuliana è diverso da tutti gli altri. Insieme a lui, stavolta, ci sono altri due musicisti: Dominic Miller, chitarrista e collaboratore di lunghissimo corso, e Chris Maas, batterista che ha accompagnato anche Maggie Rogers e Mumford & Sons.

© Fabrizio Troccoli

L’inizio del live, con “Message in a Bottle”, è una dichiarazione d’intenti: ai tredicimila dell’Arena Santa Giuliana, record assoluto per una singola serata nello spazio perugino, spetta una scaletta piena di hit, ma riletta attraverso l’ossatura essenziale e affilata del power trio. “Every Little Thing She Does Is Magic”, “Can’t Stand Losing You”, “So Lonely”, “Wrapped Around Your Finger” ed “Every Breath You Take” rendono omaggio al passato più remoto, quello trascorso accanto a Stewart Copeland e Andy Summers, quando i Police riuscivano a tenere insieme il nervosismo del punk e le pulsazioni reggae, senza rinunciare agli appiccicosi ritornelli pop che hanno fatto la storia del rock a cavallo tra i settanta e gli ottanta. In scaletta non mancano comunque i successi da solista: “Englishman in New York”, accompagnata dal boato del pubblico, “Shape of My Heart”, “Desert Rose” e “Fields of Gold”, con una distesa di cellulari a costellare la platea, .

Ma è “Never Coming Home” a rubare occhi e orecchie. Miller lavora le sei corde con una precisione quasi chirurgica, tra tapping, arpeggi e un intenso assolo finale, che ricorda, qualora ce ne fosse bisogno, la caratura dei musicisti che impreziosiscono questo progetto “3.0”. Quello che Sting non può invece richiedere dal suo bagaglio tecnico lo compensa con la voce, ancora iconica e presente nonostante i settanta abbondantemente superati.

Alla fine, il senso di questo ritorno sta anche nella sua misura. Non c’è l’orchestra monumentale del 1987, non c’è la formazione più ricca del 2012, non c’è neppure la tentazione di trasformare ogni brano in una celebrazione autoindulgente. C’è piuttosto un concerto geometrico, più delicato che travolgente, costruito per sottrazione, come se Sting avesse scelto di togliere peso alle canzoni per verificarne ancora una volta la loro tenuta. E molte, com’era prevedibile, reggono benissimo. “Roxanne” arriva nel bis con una forma particolare, quasi trattenuta, prima che il musicista lasci il basso elettrico e imbracci la chitarra acustica per “Fragile”, chiusura sussurrata e coerente, che chiude la storia di questo concerto e aggiunge un ulteriore tassello a quella pluridecennale di Umbria Jazz.

Perigeo – The Last Concert & BEAT performing the Music of 80s King Crimson (4 luglio)

La seconda giornata di Umbria Jazz è quella delle celebrazioni. Il pubblico della sera prima è ben diverso da quello che si presenta all’entrata del Teatro Morlacchi, tra le pietre antiche del centro, per assistere al live di Paolo Fresu dedicato a Miles Davis nell’anno del centenario della nascita. Ancora diversa è poi la platea che trova posto sotto il palco dell’Arena Santa Giuliana per il concerto serale. Capelli lunghi, magliette dei tour europei di “Metallica” o “Iron Maiden” stampate sul petto: basta poco per capire che è la sera dei BEAT, il supergruppo formato dai due ex King Crimson Adrian Belew e Tony Levin, Steve Vai alla chitarra – seconda apparizione in due anni a Umbria Jazz – e Danny Carey dei Tool alla batteria. Prima, però, tocca ai Perigeo, storica formazione jazz-rock italiana, tornata sul palco dopo anni di assenza per un concerto che porta con sé un titolo senza troppi margini di interpretazione: “The Last Concert”.

© Rita Paltracca

Per loro l’impresa è tutt’altro che secondaria. I Perigeo appartengono a una stagione in cui il jazz elettrico, la fusion e il progressive non erano soltanto etichette da catalogo, ma possibilità concrete di allargare pubblico e linguaggio. Negli anni Settanta, mentre Miles Davis apriva una strada e i Weather Report la percorrevano con passo personale, la band italiana ebbe il merito di avvicinare a quella nuova idea di jazz una fascia di ascoltatori più giovane e curiosa, meno interessata ai confini del genere e più alla forza della musica. Non è un dettaglio, allora, che i Perigeo abbiano suonato anche alla prima edizione di Umbria Jazz, in Piazza IV Novembre, quando il festival non era ancora una macchina complessa, ma già una felicissima (e allo stesso tempo problematica) intuizione di Carlo Pagnotta.

Sul palco ci sono tutti, a più di mezzo secolo dalla loro prima volta: Giovanni Tommaso, Claudio Fasoli e Bruno Biriaco. Manca Franco D’Andrea a dire il vero, ma anche lui farà il suo ingresso nella parte finale dello show. Alla formazione si aggiungono Claudio Filippini alle tastiere, Alessandro Paternesi alla seconda batteria e Giovanni Imparato alle percussioni. Al di là di qualche incertezza, la resa è convincente. La sensazione è che l’attento e selezionato pubblico dell’Arena rimanga piacevolmente soggiogato da un suono che porta con sé nostalgia e piacere, ma senza trasformarsi in una reliquia da museo. Quasi un’ora e mezza di live rievoca i fasti di un’epoca in cui la band, oscillando tra jazz-rock e fusion come un funambolo sospeso su un filo, seppe guadagnarsi una credibilità di respiro internazionale.

Dopo pezzi storici come “La valle dei templi”, “Abbiamo tutti un blues da piangere”, “Genealogia” e “Torre del Lago”, scritta pensando a Giacomo Puccini, concittadino di Giovanni Tommaso, entra in scena D’Andrea per gli ultimi quattro brani. In questo “ultimo” concerto dei Perigeo gli applausi non premiano soltanto ciò che accade, ma anche tutto ciò che il suono si porta dietro: gli anni, le strade percorse, le assenze e il coraggio di risalire su un palco dopo tutto questo tempo.

Il momento dei BEAT arriva dopo circa mezz’ora di pausa tecnica, il fischietto introduce “Neurotica”, prima traccia di una scaletta che coprirà quasi un’ora e trenta di musica. “Troppo poco”, lamenteranno alcuni fan che hanno preferito Perugia alle date di Pompei, Gardone Riviera o Bari, dove la band ha messo in scena uno show decisamente più lungo. Dinamiche tipiche di un festival che non prevedeva i BEAT come unico gruppo della serata.

© Rita Paltracca

La band rimetta mano a tre album iconici dei King Crimson pubblicati negli anni Ottanta: “Discipline”, “Beat” e “Three of a Perfect Pair”. Un compito monumentale, come lo ha definito lo stesso Belew, non soltanto perché quella musica è tanto feroce quanto complessa, ma perché appartiene a un territorio in cui il virtuosismo, se orfano di visione, può diventare in un attimo esercizio di stile. Ma i BEAT una visione ce l’hanno. Suonano una musica ostica, a tratti quasi cacofonica, che si muove tra geometrie nervose, atmosfere space-rock e monoliti di suono compatti, senza spazio né tempo, ma non si perdono mai. Al netto degli assoli di Steve Vai, che per gli appassionati delle sei corde varrebbero da soli il prezzo del biglietto, episodi come “Matte Kudasai” o “Frame by Frame” tracciano una strada più luminosa e tratti più rassicuranti, grazie anche al traino della voce di Belew, ancora in gran forma nonostante i settantasei anni. Tony Levin, immobile e magnetico, tiene insieme il telaio ritmico con la consueta autorevolezza, mentre Danny Carey spinge la macchina in avanti con una forza che non surclassa la precisione.

La conclusiva “Indiscipline” rappresenta il finale di una serata costruita sull’equilibrio instabile tra memoria e rischio. Da una parte i Perigeo, con l’emozione evidente di chi forse saluta il pubblico per l’ultima volta; dall’altra i BEAT, chiamati a riportare in vita una musica che non ha mai avuto nulla di accomodante e che proprio per questo, forse, continua a non invecchiare. Non è stata una serata facile, e forse non voleva esserlo. Ma Umbria Jazz, nelle sue incarnazioni migliori, è anche questo: non soltanto il luogo in cui il jazz si conserva, ma quello in cui può ancora travestirsi, contaminarsi, perdere il centro e ritrovarlo altrove. A volte sotto forma di un vecchio gruppo italiano che torna a fare musica; altre volte come quattro performer sovrumani che dagli anni Ottanta fanno ancora arrivare il rumore del futuro.

Zucchero (11 luglio)

C’è un sole gigante in mezzo al palco dell’Arena Santa Giuliana. Quando Zucchero entra in scena, sembra quasi che sette mila persone abbiano aspettato il buio soltanto per vederlo accendersi. Sul palco due batterie, percussioni, chitarre, tastiere, fiati, cori e un pianoforte dorato che riflette le ultime luci del tramonto. Le premesse per un concerto travolgente ci sono tutte e Zucchero non delude, con un live che alla fine durerà quasi tre ore. Il brano d’apertura, “Spirito nel buio”, viene introdotto da una citazione di Pessoa, secondo cui il poeta non è altro che “un fingitore”. A pensarci bene, tutto sembra chiaro. Zucchero, in fondo, finge da sempre: finge l’America restando italiano, finge il blues senza tradire la melodia, finge di essere un cialtrone da osteria mentre dirige una macchina live che ha poco da invidiare a certe produzioni internazionali. Poi arrivano “Il mare impetuoso al tramonto salì sulla luna e dietro una tendina di stelle…”, “Menta e rosmarino”, “Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall’Azione Cattolica”. Titoli lunghi come filastrocche, ma che introducono canzoni che il pubblico si porta dietro da anni, alcune persino da una vita. Sul palco Zucchero indossa il solito cappello, si muove con quell’andatura un po’ sorniona e un po’ da predicatore di provincia, ma la voce – cavernosa e quando serve graffiante – è ancora capace di tenere insieme Roncocesi e il Mississippi, la canzone italiana e Joe Cocker, il gospel della domenica mattina e il rock da bar notturno.

La band è mostruosa, ma nel senso più concreto del termine: dodici musicisti che suonano come una creatura sola, ognuno con il proprio pezzo di corpo. Polo Jones tiene la barra al basso e alla direzione musicale, Kat Dyson – già New Power Generation con Prince – dà alla chitarra e ai cori una brillante patina funk, Peter Vettese e Nicola Peruch costruiscono il terreno armonico, Mario Schilirò aggiunge mestiere e fedeltà, Adriano Molinari spinge alla batteria senza mai mettersi davanti alla canzone. Le coriste, come sempre nei concerti di Zucchero, non fanno soltanto scena: Oma Jali, in particolare, si prende una vagonata di applausi con una voce che sembra arrivare da un’altra latitudine emotiva.

A un certo punto Zucchero si siede, prende la chitarra e abbassa il ritmo, cercando di aumentare l’interazione col pubblico. È la parte più intima, quasi unplugged, quella in cui un concerto grande prova a farsi piccolo senza diventare debole. Arrivano “Un soffio caldo”, omaggio a Guccini, “Come il sole all’improvviso”, in ricordo di Gino Paoli, e “Donne” in formato ridotto. Poi, in mezzo a gospel, soul, R&B e rock, Zucchero celebra anche i venticinque anni di “Baila”, che nel 2001 veniva pubblicata all’interno di “Shake” e oggi sta ancora addosso al pubblico come una camicia di lino in estate. In “Vedo nero” l’Arena smette definitivamente di stare seduta e il Santa Giuliana diventa una festa. “Miserere”, con il duetto virtuale insieme a Luciano Pavarotti, apre una fenditura più solenne, quasi inevitabile, mentre “Dune mosse” si porta dietro l’ombra di Miles Davis e del suo assolo storico, come se certi fantasmi potessero ancora passare da Perugia senza bisogno di essere annunciati.

Poi la band si prende il palco, con “Jumpin’ Jack Flash” e “Honky Tonk Train Blues”, mentre Zucchero si riposa dietro le quinte. Quando rientra non rimane a guardare, ma rilancia. Il finale è grande: “Dune mosse”, “Il volo”, “Diamante”, “X colpa di chi?” e “Diavolo in me”. Una sequenza che basterebbe per mandare tutti a casa contenti, se non fosse che nessuno ha davvero voglia di andare a casa. Il pubblico chiede ancora e Zucchero concede, prima con “Chocabeck” e “That Old Sweet Roll”, poi con “Hey Man”, ripescata da “Blue’s” del 1987.

Il debutto di Zucchero a Umbria Jazz arriva tardi, dopo innumerevoli artisti e dopo tanti anni di attesa, ma forse arriva nel momento giusto: quando non c’è più nulla da dimostrare e resta soltanto da suonare canzoni che, come previsto, reggono ancora magistralmente il peso del tempo.


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