Hussan e Nablus, viaggio nel conflitto: «Uccisi e privati di ogni diritto»
Quella che segue è, in esclusiva, la testimonianza diretta di una volontaria italiana, rientrata dalla Palestina abitata da quello che Gideon Levi definisce «il popolo che ha insegnato al mondo l’amore per la sua terra». Il racconto si apre con il sollievo per aver superato un confine dove Israele spesso impedisce l’accesso a chiunque possa essere uno «scomodo testimone delle brutalità di esercito e coloni». Giunta a Hussan, la volontaria ha portato la solidarietà italiana alla famiglia di un’amica detenuta dal giugno 2025, vittima di pesanti privazioni in un contesto dove lo SHIN BET avrebbe aperto un file segreto per colpire sistematicamente i beni familiari, dalle arnie agli uliveti. Oltre alla detenzione, il meccanismo di pressione si manifesterebbe attraverso la richiesta di «somme esorbitanti come multe», descritte come un «altro modo di impoverire il popolo palestinese» attuato dal governo.
Il resoconto si fa particolarmente crudo nel riportare gli eventi del maggio 2026 e dei mesi precedenti. Viene citata la morte di due giovani, Sakher Zaool e Abed Arrahman Sabateen, i quali, dopo essere stati picchiati violentemente in carcere, «non hanno ricevuto alcuna cura e sono morti, no. Sono stati uccisi». Analoga sorte è toccata a Naief Samaru, descritto come «ucciso a sangue freddo» a Nablus il 3 maggio, in una dinamica dove sarebbe stato «impedito l’accesso dell’ambulanza». La volontaria denuncia una ferocia crescente dal 7 ottobre 2023, parlando di una «brutale, inimmaginabile accelerazione» di un progetto di pulizia etnica che si manifesta anche con la distruzione di migliaia di ulivi e l’occupazione simbolica di luoghi di culto, come avvenuto a Massafer Yatta dove i coloni hanno issato la bandiera israeliana sul minareto della moschea.
Nonostante il panorama di distruzione che caratterizza luoghi come i campi profughi di Tulkarem, dove la popolazione è stata costretta ad «abbandonare tutto», la narrazione si chiude con un messaggio di resilienza. Il testo mette in luce la determinazione di figure come l’attivista Hakema a Nablus, impegnata in progetti per aiutare le donne a superare i traumi e acquisire autonomia economica. Il diario della volontaria si conclude con l’immagine vivida dei sorrisi di «donne e uomini che si ostinano a credere nel loro diritto di esistere» e dei bambini capaci di giocare tra le macerie, custodi di una terra che, nelle parole della testimone, «è e deve rimanere Palestina». F.N.
Source link




