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Ho rubato qualcosa a Mourinho

Francesco Farioli non ha solo vinto il campionato portoghese dopo quattro anni di attesa, che per un club come quello dei Dragoni rappresenta un’eternità (siamo a quota 31): ha anche conquistato, dopo una stagione da protagonista, un’intera città. Porto ha perso nel 2025 il Boavista, ultimo club estraneo alla “triade” Benfica- Sporting-Dragoni, a imporsi, nel 2001, nella Liga Portuguesa. È stato soppresso per i debiti accumulati da cattive gestioni e gli è stato persino vietato di ripartire dalle leghe più basse. In questo vuoto, il trionfo del Porto ha trascinato per strada oltre mezzo milione di persone, in una festa pirotecnica che ha incantato Farioli, il trentasettenne toscano di Barga con laurea in Filosofia sbarcato sulle rive del Douro dopo l’enorme delusione del campionato olandese 2024-2025, svanito nelle ultime battute alla guida di un Ajax rimontato e sorpassato dal Psv Eindhoven.

Nel Media Day organizzato nella pancia dello stadio Dragao da Stefano Marchesi, Farioli ha parlato con giornalisti italiani, inglesi, olandesi, portoghesi, francesi e turchi. “Forse nella stagione olandese ho persino lavorato meglio, ma qui a Porto ho trovato un club plasmato come un’unica famiglia. C’è stata unità di intenti e di visioni. Ho trovato una società aperta ai giovani e alle innovazioni, che lavora nel presente pensando al futuro. C’è il senso della comunità e dell’appartenenza che coinvolge la città, con iniziative che fanno del Porto un’eccellenza mondiale, penso per esempio alle politiche della sostenibilità ambientale. In questi giorni, ho avvertito un affetto incredibile nei miei confronti. Mi chiedono già il bis, ma il calcio è così. Sono contento di aver conquistato questo primo titolo perché il nostro mondo, inutile girarci intorno, ti inchioda ai risultati, ma io mi riconosco anche nella frase di Johann Cruijff, ovvero nell’importanza di lasciare un’eredità. Non ho la presunzione di immaginare una cosa simile perché sono le personalità illustri che segnano la storia, come Cruijff, Guardiola e, nel caso italiano, Arrigo Sacchi, ma è bello essere ricordati per qualcosa che vada persino oltre i trofei”.

Gli studi in Filosofia, con la tesi dedicata all’estetica del calcio e al ruolo del portiere, in nome anche del suo passato da giocatore tra i dilettanti, hanno influenzato il suo pensiero calcistico: “Oggi il calcio europeo propone modelli molto differenti, ma ugualmente efficaci. Ci sono squadre che dominano attraverso il controllo totale del pallone, altre che impressionano per intensità fisica e aggressività, altre ancora che hanno raggiunto livelli straordinari di flessibilità tattica. Personalmente, mi affascinano molto le squadre che riescono a combinare struttura collettiva e libertà creativa, organizzazione e coraggio. Perché, alla fine, il calcio più bello non è necessariamente quello più estetico, ma quello che riesce a trasmettere identità, energia e riconoscibilità. Quando guardi una squadra e dopo cinque minuti capisci esattamente cosa vuole essere, allora probabilmente stai guardando una squadra allenata molto bene. Oggi abbiamo anche il supporto delle statistiche e dell’intelligenza artificiale. Sono contributi importanti, una dotazione in più, ma per me resta sempre centrale l’esperienza e la cultura umana”.

Inevitabile un riferimento a José Mourinho, che Farioli ha citato nella sua tesi e al quale, assicura, “ho cercato di rubare qualcosa, parliamo di uno dei maggiori allenatori di tutti i tempi. Mi ha emozionato stringergli la mano quando abbiamo affrontato il suo Benfica la prima volta. I contatti con l’Italia? Dopo l’esperienza olandese si erano raffreddati, ma fa parte della natura delle cose. Ora ho ricevuto molti messaggi e mi fa molto piacere. L’Italia resta il mio paese, ma io mi sento un cittadino del mondo e in questo momento il mio mondo è il Portogallo. In Italia per superare la crisi dobbiamo ripensare il sistema. Siamo stati centrali, poi ci siamo persi. Ripartire su nuove basi è possibile, crisi o meno il calcio resta una componente importante della nostra storia moderna”.

Farioli nella sala dei trofei

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credits ©️ FC Porto – Porto Canal

Farioli ha superato al primo impatto un certo scetticismo iniziale. Era inevitabile che dopo l’amaro epilogo del campionato olandese di un anno fa ci fosse qualche perplessità nei suoi confronti, ma la partenza a razzo dei Dragoni e il dominio incontrastato in campionato hanno consentito al tecnico toscano di navigare con sicurezza le acque tormentate dell’Oceano Atlantico dove si affaccia il Douro e dove troneggia la parte più spettacolare di Porto: A Foz. I Dragoni hanno raggiunto le semifinali della Coppa di Portogallo e si sono fermati ai quarti della Coppa di Lega e dell’Europa League. Il bilancio totale è di 53 partite: 39 successi, 8 pareggi e 6 sconfitte, 97 gol fatti e 33 subiti, differenza reti + 64 e media-vittorie 73,58. Numeri che hanno convinto il presidente André Villas-Boas a prolungare il contratto fino al 2028 per prevenire anche interferenze esterne e certificano una caratteristica dominante del calcio di Farioli: l’equilibrio. In un panorama diviso nelle fazioni dei “giochisti” e dei “risultatisti” che si combattono anche a colpi di social, Francesco ha scelto la terza linea: quella del gioco moderno sul filo del buon senso. Tradotto: il Porto segna, ma sa anche difendersi. All’inizio, in Portogallo pensavano che questa caratteristica fosse legata alla sua italianità – per molti siamo ancora quelli del catenaccio e il livello attuale della serie A non è un bel biglietto da visita -, ma Farioli ha lavorato in Qatar, Turchia, Francia e Olanda prima di approdare sulle rive dell’Atlantico. Ha una mentalità internazionale, nella quale non si rinuncia alla praticità della nostra cultura.

“Nel calcio non si può prescindere dalle caratteristiche dei giocatori. Il massimo è avere una rosa che rispecchia alla lettera le idee dell’allenatore, ma poi bisogna trovare una soluzione finale che offra la miglior prospettiva con il materiale che hai a disposizione. Per me è fondamentale la componente umana. La scorsa estate, prima di metterci al lavoro, sottoposi ai giocatori un questionario anonimo per capire i loro punti di vista. Ora, ho detto alla squadra che voglio gente motivata per ripartire”.

La festa del Porto

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credits ©️ FC Porto – Porto Canal

Gli studi in Filosofia, con la tesi dedicata all’estetica del calcio e al ruolo del portiere, in nome anche del suo passato da giocatore tra i dilettanti, hanno influenzato il suo pensiero calcistico: “Oggi il calcio europeo propone modelli molto differenti, ma ugualmente efficaci. Ci sono squadre che dominano attraverso il controllo totale del pallone, altre che impressionano per intensità fisica e aggressività, altre ancora che hanno raggiunto livelli straordinari di flessibilità tattica. Personalmente, mi affascinano molto le squadre che riescono a combinare struttura collettiva e libertà creativa, organizzazione e coraggio. Perché, alla fine, il calcio più bello non è necessariamente quello più estetico, ma quello che riesce a trasmettere identità, energia e riconoscibilità. Quando guardi una squadra e dopo cinque minuti capisci esattamente cosa vuole essere, allora probabilmente stai guardando una squadra allenata molto bene. Oggi abbiamo anche il supporto delle statistiche e dell’intelligenza artificiale. Sono contributi importanti, una dotazione in più, ma per me resta sempre centrale l’esperienza e la cultura umana”.

Inevitabile un riferimento a José Mourinho, che Farioli ha citato nella sua tesi e al quale, assicura, “ho cercato di rubare qualcosa, parliamo di uno dei maggiori allenatori di tutti i tempi. Mi ha emozionato stringergli la mano quando abbiamo affrontato il suo Benfica la prima volta. I contatti con l’Italia? Dopo l’esperienza olandese si erano raffreddati, ma fa parte della natura delle cose. Ora ho ricevuto molti messaggi e mi fa molto piacere. L’Italia resta il mio paese, ma io mi sento un cittadino del mondo e in questo momento il mio mondo è il Portogallo. In Italia per superare la crisi dobbiamo ripensare il sistema. Siamo stati centrali, poi ci siamo persi. Ripartire su nuove basi è possibile, crisi o meno il calcio resta una componente importante della nostra storia moderna”.


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