Società

Guccini e la critica alla scuola troppo “mamma”: il ricordo del “maestrone” che insegnò in America

Se n’è andato uno degli ultimi maestri della canzone d’autore. Francesco Guccini lascia un’eredità fatta di parole e storie indimenticabili. Ma c’è un aspetto della sua vita che forse non tutti conoscono: il suo rapporto con la scuola, vissuto su più fronti. Prima come studente, poi come insegnante, infine come osservatore attento e critico di un sistema che, secondo lui, aveva smarrito la strada.

Il mondo dell’istruzione piange oggi un testimone appassionato. Il sottosegretario all’Istruzione Paola Frassinetti lo ha ricordato con commozione, dicendo di essere cresciuta con le sue canzoni struggenti ma anche divertenti, che spesso erano poesia pura, e ha scelto un verso della celebre “Canzone per un’amica” per salutarlo: “Voglio però ricordarti com’eri pensare che ancora vivi…”.

Vent’anni dietro la cattedra in America

Pochi sanno che Guccini è stato professore di lingua italiana in un college americano per due decenni, dal 1965 al 1985. Lo raccontò lui stesso in un’intervista all’Unità del 2002, ricordando quegli anni come particolarmente stimolanti dal punto di vista intellettuale.

Gli studenti americani, però, avevano abitudini curiose per un insegnante italiano: si toglievano le scarpe e appoggiavano i piedi sul banco, un gesto che all’inizio lo sorprese ma che scoprì essere del tutto normale in quel contesto. Con il passare degli anni, però, qualcosa cambiò. Guccini sentì venir meno quell’entusiasmo iniziale e decise di lasciare. Il motivo, spiegò, fu il progressivo spegnersi di quella vivacità intellettuale che aveva caratterizzato i primi tempi: gli studenti americani, a suo dire, erano gradualmente tornati nella loro routine, e con essa era scomparsa la freschezza di quegli anni così fecondi dal punto di vista sociale e politico.

Contro una scuola che rimuove la fatica

In un’intervista all’HuffPost del 2020, Guccini tornò a parlare di scuola, questa volta guardando al sistema italiano. Le sue parole furono un affondo senza appello: a suo avviso, la scuola aveva smarrito il senso profondo dell’insegnamento, diventando troppo accomodante con gli studenti. Invece di affrontare la difficoltà, si preferiva accantonare gli autori complessi, rinunciando a quell’impegno faticoso ma necessario per venirne a capo. La scuola, secondo Guccini, avrebbe dovuto essere meno “mamma”, meno protettiva, e spingere gli studenti a misurarsi con la fatica dello studio.

Il cantautore guardava con nostalgia al passato, quando chi arrivava alla quinta elementare scriveva in un italiano corretto, mentre oggi nemmeno la maturità è garanzia di una buona scrittura. E raccontava di capitargli tra le mani veri e propri strafalcioni, segno di un declino che lo preoccupava profondamente.

La riforma Moratti sotto accusa

Quando all’inizio degli anni Duemila fu annunciata la riforma Moratti, il cantautore non esitò a esprimere il suo dissenso in un’intervista all’Unità. Le sue parole furono molto precise: non poteva pensarne bene, perché vedeva in quel provvedimento un tentativo di favorire le scuole private.

A chi gli chiedeva cosa avrebbe cambiato nella scuola, lui rispondeva con una battuta, dicendo di non far parte di quel gruppo di persone. Ma le idee, in realtà, le aveva eccome. E le aveva maturate anche da genitore, come dimostra un episodio che raccontò sempre all’Unità. Quando sua figlia Teresa frequentava le elementari, tornò a casa e disse: “Come sarebbe bello morire giovani”. Alla domanda dei genitori su chi le avesse insegnato una cosa del genere, la bambina rispose che era stata la maestra, secondo la quale morire giovani serve a conservare la purezza. Guccini e sua moglie, ascoltata quella spiegazione, decisero immediatamente di cambiare insegnante alla figlia.

Tra rispetto e autorità

Un altro tema che Guccini sentiva profondamente era il rapporto tra insegnanti e studenti. Anche in questo caso, il confronto con il passato era impietoso. Lui aveva frequentato le elementari e le medie tra gli anni Quaranta e Cinquanta, e notava con dispiacere che oggi si dà del tu ai professori.

Riconosceva che forse allora si abusava dell’autorità e si aveva paura degli insegnanti, ma sottolineava che dalla paura alla mancanza di rispetto il passo era stato troppo breve. Un equilibrio perduto, quello tra docenti e allievi, che secondo Guccini aveva contribuito a indebolire il valore stesso dell’insegnamento.

L’origine del soprannome “maestrone”

Il celebre soprannome che lo ha accompagnato per tutta la carriera nasce da un aneddoto che lo stesso Guccini raccontò all’Unità. Risale agli anni in cui insegnava: un barista lo chiamava professore, ma quando seppe che scriveva e cantava canzoni, si trovò in dubbio se chiamarlo maestro o professore. Da quell’imbarazzo nacque “maestrone”, un termine che univa entrambi i ruoli e che si adattava perfettamente anche alla sua imponente stazza, come lui stesso scherzava.


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