Gli affreschi in San Michele Arcangelo a Padonchia
Il Padonchia è un torrente affluente del Cerfone nei presi di Monterchi. La piccola valle che lo circonda è chiusa a nord dal crinale ove sorge il piccolissimo villaggio di Padonchia, abitato da una trentina di anime.
Il fulcro del villaggio è una chiesetta di origine antichissima (intorno al 1200) in parte, ma solo in parte, rimaneggiata nel tempo. Nel 1450 (la data è riportata) la chiesa fu decorata, sulla parete di sinistra, da affreschi composti da riquadri adiacenti.
Qualche decennio più tardi qualcuno eseguì due dipinti (di qualità tecnica più alta) ai lati dell’altare maggiore e sulla parete di fondo; quest’ultimo è stato coperto quasi del tutto da una orrenda pala di altare neobarocca.

Sulla parete di sinistra dell’unica navata troviamo nell’ordine un San Sebastiano, un San Macario che libera la terra dai diavoli nei pressi della chiesetta, un San Martino a cavallo che dona parte del mantello all’ignudo e un santo non meglio identificato (in parte danneggiato).
Ai due lati dell’altare possiamo osservare un San Michele Arcangelo (cui è intitolata la chiesa) raffigurato in piedi mentre trafigge un drago e tiene in mano una bilancia con i piatti occupati da due anime salve che lo stesso diavolo cerca di agguantare per i capelli.
Purtroppo anche questo affresco è danneggiato, al punto che la testa del Santo è scomparsa.
Sulla destra dell’altare è invece molto ben conservata una bella Madonna del giglio, in trono col bambino.

Osservando quest’ultima raffigurazione risulta evidente come l’autore fosse un vero pittore, uno che aveva ben osservato Piero della Francesca (siamo vicini a Monterchi…) e altri autori del tempo. Non si sa chi fosse, ma di certo aveva fatto tesoro delle lezioni di questi, Masaccio giovane compreso.
Ce lo dice la fattura del trono, il volto della Madonna e quello del bambino; nonché il modo di rappresentare le vesti dei personaggi e il polpaccio del piccolo, rappresentato appunto come infante e non come adulto rimpicciolito…
Sì, il dipinto non è definibile “perfetto”, ma è indubbiamente qualcosa che non ci si aspetterebbe di trovare in una chiesetta così fuori mano.
Curioso è che sotto l’affresco si riescono ancora a distinguere i segni delle giornate lavorative occorse per portarlo a termine. Si sa, le vie di comunicazione di un tempo non erano necessariamente quelle odierne. La chiesa merita indubbiamente una visita e per aprirla basterà rivolgersi alla signora Antonella, che abita proprio lì, insieme a suo marito, ai suoi cani, gatti e a una gran quantità di fiori.
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