Ex carabiniere sotto processo, un cittadino nel mezzo di un’odissea burocratica – Il Tempo

Foto: Ansa
La burocrazia militare è sempre una fucina di sorprese. Il mese scorso avevo raccontato una surreale vicenda che mi riguarda: l’apertura, da parte del Ministero della difesa, di un procedimento disciplinare nei confronti di un ex ufficiale dei carabinieri che ha lasciato il servizio quasi vent’anni fa e che, nel frattempo, è stato assolto in via definitiva dal procedimento penale dal quale tutto trae origine. Già questo sarebbe sufficiente a suscitare qualche «perplessità». Ma nelle ultime settimane è emerso un nuovo elemento. Ricevuta la comunicazione a fine dello scorso dicembre di avvio del procedimento per una asserita «violazione del giuramento prestato», ne avevo subito contestato la tempestività. L’articolo 1392 del Codice dell’ordinamento militare stabilisce infatti che la contestazione degli addebiti debba intervenire entro novanta giorni dal momento in cui l’Amministrazi4cone ha acquisito piena conoscenza della sentenza irrevocabile. Si tratta di un termine che il legislatore ha previsto proprio per evitare che il cittadino rimanga esposto per un tempo indefinito all’esercizio del potere disciplinare. Nel mio caso, attraverso un accesso agli atti effettuato presso il Tribunale di Parma, avevo scoperto che già il 10 giugno 2025 la Cancelleria aveva trasmesso via Pec al Comando dei Carabinieri la sentenza definitiva che aveva concluso il procedimento penale nei miei confronti.
Ritenevo pertanto che la questione fosse piuttosto semplice. Se la sentenza fosse stata ricevuta a giugno, sarebbe risultato difficile comprendere come la contestazione disciplinare, notificata molti mesi dopo, potesse ritenersi tempestiva. Le cose, tuttavia, hanno preso negli ultimi giorni una piega inattesa e meritano quindi di essere raccontate, anche perché potrebbero esserci altre persone nella medesima situazione. Nel rigettare le osservazioni da me formulate, l’Amministrazione ha sostenuto che quella comunicazione del 10 giugno non contenesse la sentenza definitiva pronunciata nel 2025, bensì una precedente sentenza risalente al 2018. Confesso che la spiegazione mi ha lasciato perplesso. Per questa ragione ho deciso di verificare direttamente la fonte, tornando nuovamente a Parma e chiedendo, non con un certo imbarazzo, alla Cancelleria del Tribunale di indicare quale fosse esattamente la sentenza trasmessa il 10 giugno 2025 all’Arma dei Carabinieri. La risposta della dirigente della Cancelleria, arrivata con una Pec, non ha lasciato spazio per particolari interpretazioni: la sentenza inviata in quella data era la n. 404 del 2025, pronunciata il 14 marzo dello stesso anno e divenuta irrevocabile il successivo 30 maggio.
In altre parole, proprio la sentenza definitiva che, secondo quanto sostenuto dall’Amministrazione, sarebbe invece stata acquisita solo il 16 settembre successivo. Naturalmente saranno altre sedi a stabilire quali conseguenze giuridiche possano derivare da tale circostanza e se si sia trattato di un errore di altro. Ma la domanda che rimane sullo sfondo è inevitabile. Che cosa accade quando un cittadino è costretto a verificare personalmente la correttezza delle affermazioni contenute negli atti della pubblica amministrazione? Quanti cittadini, trovandosi in una situazione analoga, avrebbero avuto il tempo, le competenze o semplicemente le risorse economiche necessarie per svolgere lo stesso lavoro di verifica? La trasparenza delle istituzioni non è un optional buono per i convegni o per le dichiarazioni di circostanza ma una condizione essenziale affinché il cittadino possa avere fiducia nello Stato.
La storia del nostro Paese dimostra, purtroppo, che quando la ricerca della verità viene subordinata ad altre esigenze possono verificarsi vicende molto gravi. Le sentenze definitive sul caso Cucchi hanno rappresentato uno spartiacque proprio perché hanno accertato l’esistenza di condotte finalizzate ad alterare la ricostruzione dei fatti e ad ostacolare l’accertamento della verità. Per questa ragione desidero rivolgere un nuovo appello al ministro della Difesa, Guido Crosetto. Signor ministro, se un’Amministrazione continua imperterrita a sostenere circostanze che risultano smentite per tabulas dallo stesso ufficio giudiziario che ha formato l’atto, credo sia legittimo domandarsi come ciò sia possibile e se qualcuno ritenga opportuno verificarlo. Le chiedo, per il prestigio dell’Amministrazione che rappresenta, di voler approfondire personalmente questa vicenda.
L’autorevolezza delle istituzioni non si misura dalla forza con cui esercitano il proprio potere, ma dalla capacità di riconoscere e correggere gli errori quando emergono. Ignorarli non rafforza l’autorità dello Stato. Al contrario, rischia di indebolire quel patrimonio di fiducia sul quale ogni istituzione democratica fonda la propria legittimazione. La fiducia dei cittadini si costruisce sulla forza della verità. E la verità, per definizione, dovrebbe essere una sola.
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