Giorgio Conte in concerto a San Vincenzo La Costa: l’intervista al cantautore
Giorgio Conte è stato protagonista della prima storica tappa del Peperoncino Jazz Festival a San Vincenzo La Costa nell’ambito della XXI edizione del Festival Internazionale di Fisarmonica. L’intervista al cantautore astigiano.
SAN VINCENZO LA COSTA (COSENZA) – Una serata nel segno della grande canzone d’autore, della fisarmonica e di quella raffinata ironia che da sempre contraddistingue il suo stile. È stato Giorgio Conte il protagonista della prima tappa della storia del Peperoncino Jazz Festival a San Vincenzo La Costa, ospitata nel suggestivo piazzale antistante la chiesa di San Vincenzo Martire. Un appuntamento inserito nella XXI edizione del Festival Internazionale di Fisarmonica di San Vincenzo La Costa, diretto artisticamente dal M° Pietro Pardino, e nella rassegna itinerante promossa dall’associazione Picanto e diretta artisticamente da Sergio Gimigliano, che da anni porta in Calabria alcuni tra i nomi più prestigiosi del panorama musicale italiano e internazionale.
La presenza di Conte ha rappresentato una tappa particolarmente significativa nel percorso del festival. Sul palco, Giorgio Conte è arrivato con il suo collaudato trio, affiancato da Bati Bertolio alla fisarmonica e al vibrandoneon e da Alberto Parone alla batteria e al basso vocale. Un ensemble essenziale ma sorprendentemente ricco, attraverso il quale lo chansonnier astigiano ha ripercorso alcuni dei suoi brani più amati, presentando anche le atmosfere dell’ultimo album, “Sconfinando”.
Una serata che ha confermato la capacità del PJF, sotto la direzione artistica di Gimigliano, di costruire appuntamenti capaci di intrecciare qualità musicale, valorizzazione del territorio e rapporto diretto con il pubblico. Conte, autore di brani affidati nel corso della sua lunga carriera a interpreti come Mina, Ornella Vanoni, Fausto Leali, Loretta Goggi e Francesco Baccini, oltre che ad artisti internazionali, continua intanto a rivendicare una libertà creativa assoluta. Nella nostra intervista, ci ha confessato che, ad oggi, non cerca più ispirazione all’esterno: guarda soprattutto dentro di sé.
Giorgio Conte, la sua musica ha sempre avuto un rapporto molto forte con la canzone d’autore, il jazz, la musica popolare e la chanson française. Quali sono oggi le fonti da cui continua ad alimentare la sua creatività?
«Non ho più fonti. Non ho bisogno di ispirarmi a nessuno se non a me stesso».
Lei è considerato uno degli chansonnier italiani più raffinati. Nelle sue canzoni convivono spesso ironia, malinconia e leggerezza. Quanto è difficile riuscire a parlare di argomenti profondi senza perdere il gusto del gioco?
«Ho il vizio di non prendermi troppo sul serio. Anche quando affronto temi importanti, cerco di lasciare uno spiraglio di leggerezza. In “Questo vivere”, per esempio, parlo di una cosa seria, ma ho scelto di accompagnarla con una musica apparentemente spensierata. Mi interessa proprio questo contrasto».
Giorgio Conte, ha scritto per alcuni tra i più grandi interpreti italiani e internazionali. Cosa significa, per un autore, affidare una propria canzone alla voce di un altro artista, invece di interpretarla personalmente?
«Per un autore il passaggio più delicato è trovare l’interprete capace di riconoscersi nella canzone. A volte proponi un brano e dall’altra parte non scatta nulla; altre volte, invece, avverti immediatamente una sintonia e tutto diventa naturale. È come se la canzone trovasse finalmente la sua voce. E, soprattutto quando si lavora con artisti stranieri, la musica diventa decisiva: le mie canzoni spesso non vengono tradotte, ma la musica non ha bisogno di traduzione».
Dopo tanti anni di carriera, cosa rappresenta per lei il palcoscenico?
«Per me il palcoscenico continua a essere un’avventura. Dopo i primi due brani capisco immediatamente quale pubblico ho davanti: a volte devo assecondarlo, a volte lo subisco, altre volte lo conquisto. C’è sempre qualcosa di imprevedibile. Ed è proprio questo che impedisce al concerto di diventare routine».
“Sconfinando” sembra racchiudere un’idea di libertà, di continua ricerca oltre i propri limiti. Quali sono, i confini che sente il bisogno di oltrepassare, artisticamente e personalmente?
«Mi piaceva la parola “Sconfinando” proprio perché non ha un solo significato. E, in qualche modo, nel disco ho cercato di darle concretezza. Ho sempre lavorato con formazioni piccole e questa volta mi sono concesso il lusso di un’orchestra sinfonica. Sconfinare, per me, significa non lasciarsi imprigionare dalla propria collocazione, avere il coraggio di oltrepassare i propri limiti e continuare a cercare qualcosa che ancora non si conosce».
In “Stringimi forte” c’è una dimensione particolarmente intensa, tanto che il brano è stato scelto dal ministero della Cultura per accompagnare le campagne sulla riapertura dei luoghi della cultura dopo il Covid. Che significato ha avuto per lei vedere una sua canzone associata a un momento così delicato per il Paese?
«È stato un riconoscimento che mi ha fatto particolarmente piacere, perché significava che in quella canzone era stata riconosciuta una sincerità autentica. “Stringimi forte” parla della voglia di ricominciare a vivere, ma anche della necessità di ricordarci quanto sia prezioso il tempo che abbiamo. Il suo messaggio, in fondo, è semplice: volersi bene prima che scada il tempo».
A novembre arriverà “Canzoni animate”, il suo tredicesimo album. Come mai questo titolo? Cosa troveremo in questo nuovo capitolo e dove la sta portando oggi la sua scrittura?
«Ho scelto il titolo “Canzoni animate” perché sento che le mie canzoni hanno qualcosa dei cartoni animati: non sono soltanto da ascoltare, ma anche da vedere. Basta chiudere gli occhi e lasciare che la musica costruisca le proprie immagini. Nel disco convivono registri diversi: ci sono brani intensi, altri ironici, altri ancora attraversati da una certa vena critica. Nel pezzo “In TV”, per esempio, racconto tutto ciò che non amo vedere in televisione. E, purtroppo, l’elenco è piuttosto lungo».
Giorgio Conte, c’è ancora qualcosa che non ha scritto e che vorrebbe riuscire a raccontare?
«No, credo di aver raschiato il barile fino in fondo».

Sul palco di San Vincenzo La Costa è stato accompagnato da Bati Bertolio alla fisarmonica e al vibrandoneon e da Alberto Parone alla batteria e al basso vocale. Che cosa rende speciale questo trio?
«La nostra forza è di aver costruito una macchina che funziona perfettamente, ma senza che nessuno abbia bisogno di prevaricare sull’altro. Non c’è nessuno che sgomita per emergere. Siamo tutti al servizio delle canzoni, e credo che questa partecipazione il pubblico la percepisca. Ognuno mette la propria creatività al servizio di quella degli altri. E Alberto, poi, è un caso quasi unico: mentre suona la batteria, con la voce riesce a ricreare anche il contrabbasso. È una piccola follia musicale, ma funziona».
Giorgio Conte, se dovesse scegliere una sola parola per descrivere il Giorgio Conte di oggi rispetto a quello che nel 1993 decise di diventare definitivamente cantautore, quale sceglierebbe?
«Sceglierei ancora il Giorgio Conte di oggi. Nonostante le tante primavere, ho ancora voglia di andare in giro, di vedere, ascoltare, incontrare. Mi fa piacere aver conosciuto Giorgio Conte e, soprattutto, continuare a conoscerlo. Finché rimane questa curiosità, c’è sempre la possibilità che accada qualcosa di interessante».
Cosa spera che il pubblico abbia portato con sé a casa dopo il concerto di San Vincenzo La Costa?
«Vorrei che fosse tornato a casa con la sensazione di aver partecipato, non semplicemente assistito. Durante i concerti mi piace coinvolgere il pubblico e farlo diventare parte dello spettacolo, e quindi della storia che stiamo raccontando».
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