Ex Ilva, tempo quasi scaduto per le offerte di acquisto: Jindal in pole, rispunta l’ipotesi Arvedi

Genova. A quanto pare la gara per l’acquisizione dell’ex Ilva si avvicina all’attimo del “tempo scaduto” con una corsa a tre. Dopo il passo indietro (sul quale ormai non sembra esserci pioù margine di dietrofront) della cordata italiana capitanata da Federacciai, in pista restano gli indiani di Jindal Steel: il gruppo la cui offerta avrebbe maggiore concretezza e le spalle più larghe per rilevare un’industria che nei primi sei mesi del 2026 ha perso 3 milioni al giorno.
E resta in pista anche il fondo americano Flacks, anche se, rispetto agli intenti dichiarati mesi, con molta meno convinzione e, sopratutto, con la richiesta al governo di prestito di un miliardo. Nei giorni scorsi Flacks ha dichiarato in una nota di essere ancora in gioco per “sostenere l’investimento previsto dal nostro ultimo piano industriale per produrre acciaio a Taranto con i forni elettrici“.
La novità dell’ultima ora è quella di un interessamento di Arvedi, gruppo dell’acciaio con sede a Cremona, pronto a presentare una sua offerta scollegata da quella della cordata italiana che, di fronte ad alcuni elementi della due diligence, ha raffreddato la propria disponibilità.
Secondo fonti vicine al dossier, la presenza di Arvedi nell’elenco dei possibili acquirenti aggiunge quanto meno una variabile. La suggestione nasce dal fatto che Arvedi, come Acciaierie d’Italia, produce coils. Solo tra poche ore si potrà capire se i rumors avevano fondamento o se si sia trattato di un fuoco fatuo. La gara per la vendita dell’ex Ilva scade a mezzanotte.
L’appuntamento rappresenta un passaggio decisivo per una procedura di cessione che si trascina da circa due anni e che dovrà misurarsi con una situazione industriale profondamente cambiata.
Venerdì è stato completato lo spegnimento dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto, in esecuzione dei provvedimenti giudiziari confermati dalla Cassazione. Una sospensione delle attività industriali che va ad aggravare una situazione occupazionale già fortemente compromessa.
Acciaierie d’Italia ha chiesto di estendere la cigs fino a un massimo di 8.622 lavoratori, quasi il doppio rispetto agli attuali 4.450, con una durata prevista fino al 28 febbraio 2027. Il confronto con i sindacati, venerdì scorso, al ministero si è tuttavia concluso senza un’intesa ed è stato aggiornato a martedì 10 novembre, dopo che le organizzazioni sindacali hanno sollevato una serie di questioni sulle garanzie salariali e sulle modalità di erogazione dell’ammortizzatore sociale.
Dallo stesso incontro di venerdì, per Genova, è arrivata comunque la conferma della ripartenza – a gennaio – delle lavorazioni. Confermata fino ad allora la cassa integrazione per 870 lavoratori.
Sempre a proposito della vendita, ieri, da Genova, la segretaria nazionale della Cisl Daniela Fumarola ha ribadito la linea tenuta dalla sua sigla sindacale: Ilva deve restare unita. “Dobbiamo tenere insieme tutte le necessità e tutte le esigenze di impianti che sono ovviamente diversi fra loro, ma guai a immaginare di fare lo spezzatino“, ha affermato Fumarola. Una posizione che, tuttavia, sembra convincere sempre meno forze.
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