Ekin Fil – Periferi: Il colore dei non finiti michelangioleschi :: Le Recensioni di OndaRock
Ekin Fil firma un album per questi nostri tempi incerti, ma nel sentimento di precarietà trova forse la sua cifra stilistica più compiuta: un drone-pop elegante ed estatico che deposita suggestioni armoniche tono su tono in paesaggi sonori sterminati e malinconici. L’opera riflette con trasparente disincanto le quotidiane sofferenze dell’uomo, senza giudizio morale o volontà di sciogliere pesanti interrogativi; l’atmosfera sospesa dei brani crea la suggestione del dubbio e restituisce l’impotenza che si prova di fronte a desolanti vastità.
Come avesse ormai assimilato l’intimismo di Maps (Helen Scarsdale, 2018), e le, a suo modo, spigolose inquietudini di “Ghosts Inside” (Helen Scarsdale, 2017), l’artista turca prosegue e perfeziona il discorso iniziato con i precedenti Sleepwalkers (Helen Scarsdale, 2024) e “Bora Boreas” (DRONARIVM, 2025); dirada la presenza di pianoforte e chitarra, velandoli ai limiti dell’acusmatica, e sceglie di appoggiare tutte le composizioni a una delicata suite ambientale. La sua voce eterea emerge tra echi e riverberi, fragile e spaesata, e risuona in una solitudine invernale à-la Bird of Passage.
La brevissima “Vertigo”, costruita su un liquido arpeggio di synth, appena disturbato da accennate texture elettroniche, introduce subito alla title track. “Periferi” è una delicata e trasognata nevicata sonora, carica di nostalgia; piano e voce sono quiete forme umbratili che perdono e ritrovano volume come naturali increspature di un’onda, sommerse in un drone contemplativo. “Hepsi Birde” sostiene una orientaleggiante salmodia su cupe progressioni ambient e tremolanti risonanze perse in lontananza.
“Neonlar” e “Goz Kulak” sfruttano tutta la capacità evocativa dei graffianti feedback di chitarra insieme a un ribollimento di delay, distorsioni pianistiche e campionamenti noise; il risultato è uno shoegaze decostruito che inacidisce l’atmosfera desolata prima di esaurirsi nell’eterea delicatezza dei successivi “Werewolf” e “Ursa”. Gli strumenti si perdono definitivamente, tremano e echeggiano ormai lontanissimi in un ambiente solitario e maestoso, una steppa sonora che si dispiega senza fine nelle texture elettroniche e nelle leggerissime melodie vocali.
Un album che ha la forma e il colore dei non finiti michelangioleschi, dei prigioni condannati a emergere parzialmente dal marmo senza riuscire mai del tutto a definirsi, concrezione umana e informe materia di tutte le cose, rivolta e resa a una crudeltà mai questionata o questionabile.
Ekin Fil è riuscita a creare una stratificata e plastica sospensione estatica, e a scolpire, nella durezza e nella tragicità dell’esistenza umana, forme di vertiginosa e incontaminata leggerezza.
01/05/2026




