Friuli Venezia Giulia

Economia globale a due velocità: il lavoro USA sorprende, l’Europa prova a ripartire

Dagli Stati Uniti all’Europa arrivano segnali contrastanti. Il mercato del lavoro americano resta forte, mentre nel Vecchio Continente crescita, inflazione ed energia complicano le scelte delle banche centrali. Anche l’Italia procede a due velocità.

I dati economici pubblicati negli ultimi giorni raccontano una storia tutt’altro che lineare. L’economia mondiale continua a crescere, ma lo fa con velocità diverse e soprattutto con alcuni problemi che sembravano superati e che stanno tornando al centro dell’attenzione. Negli Stati Uniti sorprende ancora una volta il mercato del lavoro: ad agosto la crescita degli occupati non agricoli ha superato le attese, mentre il tasso di disoccupazione è rimasto stabile al 4,1%. È una buona notizia per l’economia americana, perché significa che le imprese continuano ad assumere e che il mercato del lavoro rimane solido. Per i mercati finanziari, però, una buona notizia economica non è necessariamente una buona notizia in assoluto. Un’economia che continua a mostrare forza rende infatti meno urgente una riduzione dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve. Non sorprende quindi che, dopo i dati sull’occupazione, i rendimenti dei Treasury americani siano tornati a salire. Nei giorni precedenti erano arrivati segnali più prudenti sia dall’occupazione privata sia dalle offerte di lavoro, per cui il quadro americano resta positivo ma non completamente uniforme. Dall’altra parte dell’Atlantico la situazione è differente. L’attività economica dell’Eurozona si è sostanzialmente stabilizzata ad agosto e il settore manifatturiero ha mostrato segnali incoraggianti, raggiungendo i livelli di crescita più elevati degli ultimi quattro anni. Germania e Francia mostrano qualche miglioramento e l’Ifo tedesco ha rivisto al rialzo le proprie stime sulla crescita della Germania. Proprio mentre l’economia europea sembra però acquistare un po’ di vitalità, torna un problema che conosciamo bene: l’inflazione. Ad agosto nell’Eurozona è salita al 3,3%, spinta in particolare dall’aumento dei costi energetici. Un dato che potrebbe complicare le prossime decisioni della Banca Centrale Europea. Se le pressioni sui prezzi dovessero continuare, la BCE avrebbe meno spazio per rendere più accomodante la propria politica monetaria e potrebbe essere costretta a mantenere i tassi elevati più a lungo. A rendere il quadro ancora più delicato contribuiscono le materie prime. Il gas europeo è salito per la quarta settimana consecutiva, raggiungendo i livelli più elevati dal 2023, mentre anche il petrolio è tornato a crescere, sostenuto dalle tensioni geopolitiche. Per l’Europa si tratta di un elemento particolarmente importante, perché un aumento persistente dei prezzi dell’energia tende a trasferirsi sui costi delle imprese e successivamente sui prezzi pagati dalle famiglie, alimentando nuovamente l’inflazione. Anche l’Italia presenta luci e ombre. Il settore dei servizi ha accelerato ad agosto e la fiducia delle imprese è migliorata, ma la manifattura è tornata inaspettatamente in contrazione. Il fatturato dell’industria aveva già registrato un calo a giugno e anche i consumi continuano a mostrare una certa debolezza, con le vendite al dettaglio nuovamente diminuite a luglio rispetto al mese precedente. Il tasso di disoccupazione è invece rimasto stabile al 5,8%. Ne emerge un’economia nella quale i servizi continuano a rappresentare un importante sostegno, mentre industria e consumi faticano maggiormente. Segnali contrastanti arrivano anche dalla Cina, dove l’attività manifatturiera si è contratta per il secondo mese consecutivo, mentre il settore dei servizi ha superato le aspettative grazie soprattutto alla crescita dei nuovi ordini. Il messaggio complessivo che arriva dai dati di questa settimana è quindi abbastanza chiaro: al momento non sembrano esserci segnali di una recessione globale imminente, ma il problema dell’inflazione non può ancora essere considerato definitivamente risolto. Per gli investitori questo rappresenta probabilmente l’elemento più importante. Negli ultimi anni i mercati si sono chiesti soprattutto quando le banche centrali avrebbero iniziato a ridurre i tassi. Oggi potrebbe essere necessario porsi una domanda differente: cosa succederebbe se i tassi dovessero rimanere elevati più a lungo del previsto? La forza del mercato del lavoro americano, il miglioramento di alcuni indicatori europei e soprattutto il ritorno delle pressioni energetiche potrebbero rendere più prudenti Federal Reserve e BCE. Questo aiuta anche a comprendere la recente pressione sul mercato obbligazionario: quando aumentano le aspettative sui tassi, i rendimenti salgono e i prezzi delle obbligazioni già in circolazione scendono. Per chi investe con un orizzonte di medio-lungo periodo, tuttavia, rendimenti più elevati possono progressivamente creare nuove opportunità sulla componente obbligazionaria, soprattutto se gli ingressi vengono effettuati con gradualità. In uno scenario così articolato sarebbe comunque un errore cercare una risposta semplice o modificare una strategia d’investimento sulla base di un singolo dato economico. Occupazione, inflazione, crescita, tassi d’interesse, utili aziendali e valutazioni dei mercati devono essere osservati insieme. Investire non significa prevedere ogni movimento della Borsa o dei tassi, ma costruire un portafoglio capace di attraversare scenari economici differenti mantenendo sempre come riferimento gli obiettivi dell’investitore.

Dott. Alessandro Pazzaglia, consulente finanziario autonomo, www.pazzagliapartners.it




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