ecco come funziona il patto silenzioso tra clan a Roma
A Roma le mafie non si fanno la guerra. Non almeno nel modo tradizionale, con regolamenti di conti in strada e conflitti aperti per il controllo dei quartieri.
Nella Capitale, secondo il quadro delineato dal questore Roberto Massucci davanti alla Commissione parlamentare Antimafia, il crimine organizzato ha scelto da tempo una strada diversa: quella della convivenza silenziosa, degli accordi non scritti e della spartizione degli affari.
Un equilibrio criminale costruito sul controllo del territorio e sulla gestione condivisa dei profitti, dove clan autoctoni, mafie storiche e organizzazioni straniere operano evitando di ostacolarsi a vicenda.
Una sorta di patto invisibile che, secondo il numero uno della Questura capitolina, affonda le proprie radici nel modello criminale della Banda della Magliana, capace già decenni fa di imporre una logica di coesistenza tra gruppi diversi.
Nel corso dell’audizione, Massucci ha descritto una città frammentata in aree di influenza, dove ciascun gruppo criminale mantiene il proprio spazio operativo senza invadere quello altrui.
Una gestione “rionale” del potere mafioso che ha consentito alle organizzazioni di consolidare affari miliardari riducendo al minimo gli scontri armati e puntando invece sulla stabilità economica.
Il cuore di questo sistema resta il traffico di droga. Roma continua infatti a rappresentare uno dei mercati più redditizi d’Europa per lo spaccio di stupefacenti, con quartieri come Tor Bella Monaca indicati come enormi piazze di distribuzione a cielo aperto.
Accanto a Tor Bella Monaca, anche aree come Quarticciolo e San Basilio vengono considerate snodi strategici per il narcotraffico cittadino.

Secondo il questore, negli ultimi anni la criminalità albanese avrebbe assunto un ruolo sempre più centrale nella gestione delle rotte della cocaina, dialogando direttamente con la ’ndrangheta e occupando una posizione dominante nella logistica dello spaccio.
Il denaro generato dal traffico di stupefacenti viene poi reinvestito attraverso circuiti internazionali, spesso nel settore immobiliare e nelle attività economiche all’estero.
Ma una parte consistente dei capitali illeciti resta nella Capitale, alimentando quella che Massucci ha definito la “mafia degli affari”.
Un sistema sofisticato che si muove dentro l’economia legale attraverso prestanome, società di copertura e imprenditori apparentemente insospettabili utilizzati per ripulire i proventi criminali.
Bar, ristoranti, stabilimenti balneari, immobili e attività commerciali diventano così strumenti per reinvestire denaro proveniente da estorsioni e narcotraffico.
Un modello che negli anni ha trovato terreno fertile soprattutto nei grandi flussi economici legati al turismo, alla ristorazione e all’edilizia.
Per contrastare questo scenario, la Questura di Roma ha puntato soprattutto sull’aggressione patrimoniale ai clan.
Nel corso dell’audizione sono stati ricordati diversi sequestri milionari eseguiti negli ultimi anni nei confronti di gruppi criminali attivi tra Ostia, il litorale e le periferie romane.
Tra le operazioni citate figurano i sequestri riconducibili ai clan Clan Casamonica e Clan Alvaro, oltre ai provvedimenti patrimoniali nei confronti di gruppi legati alla criminalità di matrice ’ndranghetista radicata nella zona di San Basilio.
Massucci ha rivendicato il lavoro svolto dalla Polizia di Stato negli ultimi anni, sottolineando come il contrasto alle mafie romane passi oggi soprattutto dalla capacità di intercettare i capitali, bloccare i flussi finanziari e impedire alle organizzazioni di infiltrarsi nell’economia legale.
Una strategia che punta a colpire direttamente il motore economico delle consorterie criminali, considerate ormai sempre più orientate al business e meno alla violenza visibile.
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