«Dotti e sapienti del web 3.0: il trionfo dell’imbecillità»
di Giuseppe Fedeli *
Dotti e sapienti del web 3.0: il trionfo dell’imbecillità
Non penso sia difficile capire che l’intasamento della rete (www) ha provocato una scarica diarroica, a sanare la quale non v’è alcun rimedio “astringente”. Tutti scrivono di tutto. Tutti elevano il proprio pensiero a slogan del terzo millennio. I maestri del pensiero se ne stanno nel loro buen retiro, e addomesticano il popolo. Ok. Ma nel momento in cui nel web, e nei social, in particolare, tutti vogliono dire la loro, chi potrebbe, con le sue parole, illuminare un orizzonte buio – qual è quello in cui siamo, bon gré mal gré, situati- sono condannati alla damnatio memoriae. Questo, perché non hanno profili da influencer: non avendo, dunque, “ratificato” la loro posizione in orbita/etere, ciò che scrivono -sia pure di livello- viene dimenticato non appena lo si legge, ammesso che lo si legga. E questo il grande inganno. Di una delle invenzioni più straordinarie e, insieme, paradossali della tecnologia. Se ci pensiamo bene, ogni pensiero obbedisce al sistema binario, on/off, vero/falso. Quindi, principi di logica elementare sono alla base non del pensiero in sé, ma del suo porsi in vetrina.
Principi matematici che spingono il follower a mettere a un post, a una storia, a un reel, “mi piace”, o l’emoji “pollice verso”, a seconda del suo gradimento. In rete non fluttuano insegnanti né somari. Tutti insegnano (pretendono di insegnare), ma nessuno impara (è disposto ad imparare). Una legislazione che normi il settore?…ma per carità, troverebbero subito il modo per aggirarla. Un pronunciamento del garante della privacy? Ma quando mai, in una simile babele delle lingue, si può decretare chi è più bravo di chi? A parte oggettività, impalmate dalla storia, riesce impossibile operare un discernimento fra la miriade di voci che rimbalzano in un mare in burrasca. E allora, sapete cosa fa il sapiens? Non scrive più, o, se scrive, limita le sue riflessioni. A piccoli spazi, magari in Die Dominica. Chi lo ama lo segue, chi lo vuol leggere, lo legge. Le altre cose private le lascia per sé, non le butta nella discarica social/mediatica. Non le polverizza in tanti reels. O nel mascheramento della propria facies e del proprio ego. Chi ha tutto non ha nulla, diceva il grande Borges. Riprendiamoci il nostro spazio, prima che il nostro essere sia fagocitato dal nulla. Non lo buttiamo in pasto alla lupa, che ” dopo ’l pasto ha più fame che pria”.
* giudice
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